Gli italiani disoccupati fanno le valigie e fuggono in Germania

Nel 2012 gli emigrati sono saliti del 40%. È un esodo di cervelli: Berlino cerca medici, ingegneri e informatici

Roma - Mentre nel resto dell'Europa le aziende chiudono, si combatte per rallentare l'emorragia di posti di lavoro e i governi raschiano il barile dei bilanci per finanziare sussidi di disoccupazione, in Germania il problema si chiama Fachkräftemangel. Mancano i lavoratori qualificati. Le aziende cercano dipendenti, ma non li trovano.

Ufficialmente (e comprensibilmente) il governo di Angela Merkel non ne parla molto, in compenso se ne sono accorti i frequentatori di Facebook dei paesi «periferici», europei e non. Da qualche mese nel social network impazza la pubblicità di un sito intitolato «Make it in Germany», farcela in Germania. È promosso dai ministeri dell'Economia e del Lavoro tedeschi ed è pensato per invogliare certe tipologie di lavoratori a emigrare, vincendo le resistenze psicologiche di chi non trova lavoro in patria, ma allo stesso tempo non è attratto dalla prospetiva di una vita nei Laender. Nella home page si spiega che la locomotiva d'Europa «è un buon posto per gli esperti», la qualità della vita è alta e la lingua non rappresenta necessariamente un problema. Braccia aperte, insomma, ma non per tutti. Le figure ricercate sono esperti in information technology, medici, ingegneri innovativi, tecnici specializzati e infermieri. Gli altri restino pure a casa, sembra il messaggio nascosto.

L'Europa, insomma, torna un continente diviso tra un Nord che cerca lavoratori e un Sud dove per avere un futuro bisogna emigrare. Cambia solo l'emigrante tipo. Non più forza lavoro senza competenze da impiegare in lavori manuali, ma lavoratori specializzati e formati. Risorse preziose sottratte ai Paesi che prima si sono fatti carico della loro formazione e poi non sono stati più in grado di farli lavorare.

Tendenza confermata ieri dall'istituto nazionale di statistica tedesco. Nel 2012 la Germania ha registrato un record di immigrati, in particolare dall'Europa del Sud, Spagna e Italia in testa. Sono entrati nel Paese oltre un milione di persone, come non succedeva dal 1995. Rispetto al 2011, secondo il Destatis, il flusso di immigrati è cresciuto del 13%. Sono aumentati gli arrivi dall'Europa: +18%, pari a 96 mila persone.
Gli arrivi dall'Italia sono aumentati del 40% rispetto al 2011 (+12mila persone), quelli dalla Spagna del 45% (+9mila) e quelli da Grecia e Portogallo del 43%. In termini assoluti l'Italia è il Paese che ha visto più partenze verso la Germania.

I dati sulla nuova ondata di emigrazione sono arrivati proprio mentre Enrico Letta era in visita in Spagna. Il presidente del Consiglio si è detto fiducioso che la Germania «capirà» che il contrasto alla disoccupazione, in particolare quella giovanile, «è uno sforzo a favore dell'Europa e quindi anche della Germania». Anche il premier spagnolo Mariano Rajoy, ha cercato di girare il tema sulla convenienza reciproca a fare risollevare le economie dei Paesi del Sud. «Se viene meno la domanda interna degli altri Paesi, nessuno si salva. Siamo in un mercato unico, la crescita è interesse di tutti».

I dati sul lavoro in realtà sono la fotografia di sistemi economici i cui interessi sono sempre più divergenti. Le aziende tedesche in questi anni si sono finanziate con tassi bassissimi, o addirittura negativi, quindi investono. Quelle italiane hanno conosciuto la peggiore stretta sul credito dal dopoguerra e licenziano o chiudono. Le aziende tedesche, sempre più orientate a esportare fuori dall'Europa, non hanno interesse a fare riprendere le economie del Sud. La Germania non vuole altri tagli al tasso di interesse. Per il Sud quelli decisi dalla Bce rischiano di essere insufficienti.

Tempi duri per l'Europa. E anche per chi emigra in Germania. «La fuga degli spagnoli verso la Germania», titolava ieri lo spagnolo El Pais. «Gli spagnoli invadono la Germania», era invece il titolo del quotidiano economico Handelsblatt. Con buona pace delle rassicurazioni del Make it in Germany sull'accoglienza.

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