“Servi dei padroni, fora dei co…., mer….” sono le urla in dialetto rivolte alla polizia da un gruppo di 200 talebani dell’accoglienza venerdì sera a Trieste, postate con un video sulla chat Telegram “contro nuovi e vecchi fascismi”. Dal Veneto e dalla Lombardia sono arrivati i rinforzi dei centri sociali, che hanno sfidato la polizia e colpito funzionari e agenti con una bomba carta e una pietra grossa come un pugno. Per di più incredibilmente giustificati da una consigliera regionale e da un’attivista di Amnesty international, presenti alla manifestazione non autorizzata, che hanno scaricato tutto sulla polizia. Alle 18.30 di venerdì è stata indetta un’ “assemblea pubblica Ancora fiori Ancora collera contro le politiche indegne che uccidono innocenti e piangono lacrime di coccodrillo”. In primo piano un “pacifico” manifestante con il volto coperto dalla kafya palestinese, che innalza un cartello con scritto “Nessuna vita vale meno di un’altra”. Il riferimento è a un marocchino di 23 anni con precedenti penali destinatario di un decreto di espulsione morto nella notte di domenica scorsa assieme ad una ragazza friulana. Quattro migranti avevano accesso un fuoco per riscaldarsi in un magazzino abbandonato del porto vecchio del capoluogo giuliano. Ben presto è divampato un incendio ed i fumi hanno ucciso i due ragazzi che si trovavano al piano di sopra.I talebani dell’accoglienza appoggiati dagli antagonisti violenti hanno subito cavalcato la tragica vicenda. Venerdì sera al grido “entriamo, occupiamo” sono riusciti a forzare l’ingresso di un ex mercato vicino alla stazione ferroviaria di Trieste, per trasformarlo in “centro di accoglienza”. La polizia ha cercato di convincerli con il dialogo a lasciar perdere, ma è stato inutile. Gli estremisti di sinistra sono diventati violenti seguendo schemi già visti in altre parti d’Italia. Prima spruzzando la schiuma degli estintori trovati all’interno del magazzino contro gli agenti, una ventina in tenuta anti sommossa. E avevano anche spranghe. Una volta respinti ad una cinquantina di metri hanno lanciato una bomba carta che ha colpito in testa, all’altezza della tempia, il vicario del questore, Leonardo Boido. Per fortuna è esplosa una volta caduta a terra, altrimenti si rischiava il peggio. “Un cretino ha lanciato un petardo” scrive sui social Giulia Massolino, consigliere regionale ambientalista e femminista, presente alla manifestazione non autorizzata, che difende a spada tratta, accusando la polizia di aver tirato fuori “i manganelli”. E aggiunge:“Se per ottenere una risposta istituzionale serve alzare i toni del conflitto io credo che sia stato giusto farlo, forzando una serratura. Non è violenza, è disobbedienza civile”.Il segretario regionale del Sindacato autonomo di polizia, Lorenzo Tamaro, ha reagito con una nota: “Queste dichiarazioni giustificano e alimentano l’uso della violenza. Allo stesso tempo indicano chiaramente chi sta dalla parte della legalità e chi spalleggia e giustifica metodi criminali” E aggiunto che a Trieste e a livello nazionale “molti si sentono legittimati a imporre le proprie idee con l’uso della forza e della violenza, in pieno contrasto con la legge”. Negli scontro di vendi sera un altro dirigente si è beccato una pietra grande come un pugno al costato sinistro. Ad un agente del Reparto mobile sono riusciti a togliere lo scudo tirandogli violenti calci alla tibia. Elena Canciani, che si presenta come attivista di Amnesty international, ma sembra più una fiancheggiatrice, racconta che “a #Trieste, abbiamo deciso di andare insieme ad aprire le porte di via Gioia (il mercato dismesso nda) alcuni sono entrati io ero davanti. Ho visto la polizia arrivare, mettere casco, scudo e prendere il manganello”. Fare irruzione in un luogo pubblico presidiato dalle forze dell’ordine è assolutamente normale per l’attivista dei “diritti umani” che si rammarica per “il petardo”, ma parla subito di “altre manganellate” e che “è stata presa una ragazza e portata in questura. Il corteo è andato a chiederne il rilascio”. Ovviamente cercando di fermare la volante che portava via la “compagna Letizia” oltre a sfilare e urlare per mezza città bloccando il traffico per ottenere la “liberazione”. Letizia è un’attivista di un centro sociale di Brescia con una sfilza di precedenti simili. Nella chat degli antagonisti “Sulla breccia”, 805 seguaci, si lanciava in diretta la mobilitazione violenta con tanto di foto: “Tuttɛ a lato dell’autostazione (…) la celere vuole evitare la riapertura di via gioia”, “Accorrete, ci sono compagne fermate”, “Ci stiamo dirigendo in questura, non lasciamo la compagna sola!”. Alla fine si annuncia vittoria: “La compagna è stata liberata!”, “Via gioia si può aprire, apriamola ancora”. Sabato sera nuovo rischio mobilitazione dei violenti talebani dell’accoglienza, ma la polizia ha bloccato tutto e presidia l’area della protesta. “Non molleranno - spiega chi è in prima linea - Questa storia farà da calamita e fino a quando non otterranno qualcosa cercheranno lo scontro”.

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