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Il caso

La relazione “salva-Arcuri” scritta a febbraio e fatta circolare prima dell’audizione. Pd e Conte: caso esaustivo. Ma è giallo sulla manina

Il dossier di 314 pagine, datato febbraio, era già nelle mani della stampa prima del deposito in Commissione. Pd e Conte promuovono l’audizione, ma resta il mistero su chi abbia fatto circolare il documento

Relazione Arcuri

Dopo anni di silenzio, voci e polemiche, Domenico Arcuri è intervenuto di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid per ricostruire la propria versione dei fatti. Ma ecco subito il giallo: nelle scorse ore è spuntata in rete – pubblicata dal Tempo – la relazione predisposta dal supermanager in vista dell’audizione. Un file di 314 pagine costruito per rispondere punto per punto alle contestazioni sulle mascherine cinesi, sugli approvvigionamenti e sull’attività della struttura commissariale, ma la data è il primo particolare da mettere in fila: 28 febbraio.

Il testo, però, ha cominciato a circolare presso alcuni organi di informazione prima dell’audizione e quando non era stato ancora formalmente consegnato ai componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. È qui che si apre il giallo: chi ha fatto uscire la relazione? E attraverso quale canale un documento predisposto da mesi è arrivato alla stampa prima che ne entrassero in possesso i commissari?

Ecco dunque il mistero della “manina”. La relazione era stata preparata a febbraio, ma è comparsa sui media proprio nelle ore che precedevano l’esame testimoniale. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e componente della Commissione, ha definito la circostanza “abbastanza sconcertante”. Il punto, ha evidenziato, è che “una testimonianza, per definizione, dovrebbe essere inedita e originale”.

Dal Partito Democratico e da Giuseppe Conte, invece, è arrivata immediatamente una lettura politica favorevole all’ex commissario: l’audizione sarebbe stata esaustiva e avrebbe fornito le risposte necessarie per chiudere il caso. Ma sul percorso seguito dal documento prima di arrivare alla Commissione rimane un punto interrogativo.

Per quanto concerne l’audizione, l’ex commissario straordinario non ha riservato sorprese: ha difeso le decisioni adottate durante la prima fase della pandemia, respingendo le contestazioni relative all’acquisto e alla distribuzione delle mascherine provenienti dalla Cina. Ma non solo: il supermanager ha puntato il dito contro la Consip dell’epoca.

“A pochi capita la fortuna di servire il proprio Paese in stagioni come quella. Io lo rifarei”, ha esordito Arcuri nel corso di un’audizione durata diverse ore, durante la quale ha affrontato i principali nodi legati alla gestione degli approvvigionamenti sanitari. L’ex commissario ha ricordato le critiche ricevute negli ultimi anni e la scelta di non replicare pubblicamente: “Sapete cosa ha fatto il principale protagonista di questa storia, ovvero il sottoscritto, come si è difeso di fronte a questa valanga di insinuazioni, di falsità, di allusioni, per non dire di accuse fangose? Durate sei anni e ancora in corso su alcuni media. In silenzio”. Poi, rivolgendosi direttamente ai componenti della Commissione, ha aggiunto: “Auguro a tutti voi di non doversi trovare mai in situazione similare, lo dico senza ironia”.

Al centro dell’esame testimoniale sono finite soprattutto le forniture di dispositivi di protezione individuale acquistati durante i mesi più difficili dell’emergenza. Arcuri ha annunciato di voler mettere a disposizione la propria ricostruzione sulla vicenda delle “famigerate” mascherine cinesi: “La racconto oggi, in questa commissione, per la prima volta. Da domani sarò libero di fare di questo patrimonio cognitivo l’uso che riterrò più opportuno”. L’ex commissario ha negato che dispositivi irregolari o privi delle necessarie valutazioni siano stati consegnati alle strutture sanitarie: “Nessuna mascherina farlocca, nessuna eccezione rispetto alla procedura di valutazione del Cts e nessuna distribuzione di dispositivi non valutati”.

A sostegno della propria tesi, Arcuri ha richiamato la relazione dell’allora segretario del Comitato tecnico scientifico Fabio Ciciliano: “Non ha mai detto che le mascherine inidonee siano finite negli ospedali, o distribuite comunque ai sanitari, e non ha mai parlato di dispositivi farlocchi”. Secondo l’ex commissario, i dispositivi importati dalla Cina “erano tutte approvate”. Arcuri si è soffermato anche sulle regole vigenti durante l’emergenza, spiegando che “non era necessario che i dispositivi avessero la marcatura Ce; era sufficiente che avessero un’efficacia protettiva analoga a quella prevista dalla normativa sino ad allora vigente”. La verifica, ha ricordato, spettava agli organismi competenti, tra i quali il Comitato tecnico scientifico, l’Istituto superiore di sanità e l’Inail.

Un altro capitolo dell’audizione ha riguardato la presunta maxi commessa da 1,25 miliardi di euro. Arcuri ha contestato questa ricostruzione, sostenendo che non vi sarebbe stato un unico affidamento, ma sei diversi contratti riguardanti complessivamente 28 aziende produttrici. L’ex commissario ha difeso anche le condizioni economiche e le modalità con cui vennero effettuati i pagamenti: “Erano assolutamente in linea con le prassi commerciali internazionali e non costituivano forme di pagamento anticipato. Il pagamento è avvenuto sempre dopo che la merce usciva dalla disponibilità dei venditori”.

Arcuri ha precisato che le norme approvate per affrontare l’emergenza avrebbero comunque consentito procedure ancora più rapide. “Si potevano pagare in acconto anche intere forniture e senza garanzie. Questa facoltà non venne mai usata dal sottoscritto. Ma anche se l’avessi utilizzata era prevista dalla legge” Sul punto è stata richiamata nuovamente la posizione di Ciciliano, secondo il quale, in quel particolare contesto, i pagamenti anticipati erano “non solo previsti, ma necessari in una situazione di guerra commerciale”.

Arcuri ha quindi affrontato il ruolo di Consip, negando di aver voluto escludere la centrale acquisti della pubblica amministrazione dalla ricerca dei dispositivi. L’ex commissario ha ricostruito il quadro dei primi mesi del 2020, quando la domanda di mascherine era superiore alle disponibilità presenti sul mercato: “Solo per i sanitari servono 3 milioni di mascherine al giorno, noi non abbiamo nulla. In 50 giorni la Protezione civile e Consip hanno reperito 2,8 milioni di mascherine. Poco meno del fabbisogno di un giorno. Eravamo in guerra disarmati e non tutti abbiamo avuto la modestia e il coraggio di ammetterlo”. Secondo quanto dichiarato durante l’audizione, i dispositivi reperiti tramite Consip sarebbero inoltre “costati di più delle famigerate mascherine cinesi”.

Nel corso della testimonianza è stato affrontato anche il tema dei rapporti tra la struttura commissariale e il governo. Arcuri ha escluso di aver ricevuto pressioni o indicazioni sulle forniture da parte dell’allora presidente del Consiglio: “Non ho mai, neppure lontanamente, ricevuto dal presidente del Consiglio alcuna richiesta, alcuna sollecitazione, alcuna sottolineatura. Mai”.

L’ex commissario ha descritto il clima di quei mesi parlando di “nessuna pressione, solo richieste di fare presto”. Una ricostruzione che, secondo quanto emerso in Commissione, sarebbe stata confermata anche da Ciciliano, che ha escluso pressioni sui tecnici da parte della struttura commissariale. Infine, Arcuri ha annunciato di essersi rivolto alla magistratura civile in relazione ad alcune forniture: “Per quanto riguarda la JC Electronics ho incardinato al Tribunale di Roma una azione civile tesa al risarcimento danni”.

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