L'arroganza della minoranza mediatica

Il referendum di Bologna andrebbe studiato: mai visto un tale concentrato di ideologia ed errori politici

L'arroganza della minoranza mediatica

Il referendum di Bologna sulle scuole materne andrebbe studiato in tutte le aule di Scienze politiche. E i risultati andrebbero illustrati al prossimo congresso del Pd, al posto della relazione introduttiva. Non s'era mai visto - e speriamo che non si veda mai più - un tale concentrato di ideologia e settarismo, errori politici, instupidimento della pratica democratica e spreco irresponsabile di denaro pubblico. Se esiste un luogo simbolico dove la sinistra che vuole governare deve separarsi nettamente, e per sempre, dalla sinistra che vuole protestare e pontificare, quel luogo è la Bologna di oggi.

Hanno vinto nettamente i talebani promotori del referendum, cioè i contrari a ogni forma di integrazione fra scuola pubblica e scuola paritaria, con il 59% contro il 41 dei favorevoli: ma hanno vinto nell'indifferenza generale. Soltanto un bolognese su quattro è andato a votare, segnando così il minimo storico nella storia politica cittadina: mai nei precedenti referendum si era scesi sotto la soglia del 30% dei votanti. Il primo, il più vistoso problema sta proprio qui: una piccola minoranza organizzata ha tenuto in scacco un'amministrazione comunale eletta dalla maggioranza dei cittadini, ha monopolizzato i media nazionali in una riedizione incongrua e ridicola degli epici scontri fra Peppone e don Camillo, ha riaperto uno scontro ideologico inutile e superato dai fatti, e infine ha trionfato nelle urne desertificate da indifferenza e fastidio.

Il merito della questione è, com'è noto, assai semplice: il Comune di Bologna - come moltissimi Comuni d'Italia - ha da vent'anni un sistema integrato di scuola materna che garantisce buoni risultati e costi contenuti. La convenzione con le materne paritarie - che i talebani amano definire, come se si trattasse di un insulto, «private» e «cattoliche» - costa al Comune circa un milione di euro l'anno e garantisce 1.750 posti. Con gli stessi soldi, le materne pubbliche potrebbero offrire un banco soltanto a 170 bambini. La media nazionale è in linea con Bologna: ogni bambino di una scuola materna pubblica costa 6.116 euro all'anno, contro i 584 per una scuola paritaria. L'evidenza macroscopica dei dati oggettivi - a Bologna si spendono meno soldi pubblici per garantire più servizi a chi ne ha bisogno - fa risaltare drammaticamente la malafede dei referendari (Sel e M5S), che in nome di un principio astratto e di una battaglia ideologica sono pronti a togliere l'asilo a 1.600 bambini bolognesi pur di affermare l'esclusività della scuola pubblica. Il referendum - che è costato quasi 900.000 euro, cioè poco meno del trasferimento annuale alle scuole paritarie - è soltanto consultivo, e dunque non cambierà più di tanto la politica scolastica della giunta Merola.

Il Pd, del resto, ha fatto una campagna serrata a favore della convenzione con le paritarie, a partire proprio dal sindaco. «Si è trattato di una battaglia ideologica che non interessa la gran parte dei cittadini. - ha commentato Edoardo Patriarca, deputato del Pd - I bolognesi hanno capito che la sussidiarietà è la chiave di volta laddove lo Stato non riesce ad arrivare». Ma già Sel minaccia conseguenze in Consiglio comunale, e il segretario regionale della Fiom, Bruno Papignani, sfiora il ricatto: «Senza i nostri 50mila voti Merola non si riconferma sindaco». La verità è che il referendum bolognese è diventato, soprattutto dopo la catastrofe elettorale di Bersani e la nascita del governo di Grande coalizione, il simbolo di uno schieramento radicale e alternativo che si vuol formare fra la Fiom e Grillo, passando per Vendola e la sinistra del Pd. È lo stesso schieramento che si è ritrovato a Roma un paio di settimane fa in piazza san Giovanni per protestare sotto la guida di Landini contro il Pd e contro il governo. Non per caso Rodotà, candidato M5S al Quirinale, era a Roma con la Fiom e poi a Bologna per il Sì al referendum. La vittoria virtuale di domenica è destinata a incoraggiare promotori e militanti della nuova macchinina da guerra. E per il Pd si apre un nuovo, drammatico problema.

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