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L’associazione amica del Pd che finanzia i terroristi di Gaza replica al Giornale: “Non ci spaventate”. Ma ecco la verità sul giro di denaro

Ma a scorrere i numeri, i tracciamenti bancari e i nomi che compaiono in calce ai documenti, la narrazione dei “volontari trasparenti” crolla sotto il peso di una realtà ben più ingombrante

Sventolano le bandiere palestinesi in Piazza Maggiore a Bologna, 3 ottobre 2025 ANSA/MAX CAVALLARI
Sventolano le bandiere palestinesi in Piazza Maggiore a Bologna, 3 ottobre 2025 ANSA/MAX CAVALLARI

Poche righe di comunicato, qualche slogan d’ordinanza sui social network e la solita retorica del «popolo palestinese» usata come scudo. È questa la replica formalmente sdegnata con cui l’Associazione Amicizia Bergamo Palestina ha provato a liquidare l’inchiesta de Il Giornale. Ma a scorrere i numeri, i tracciamenti bancari e i nomi che compaiono in calce ai documenti, la narrazione dei «volontari trasparenti» crolla sotto il peso di una realtà ben più ingombrante: un fiume di denaro partito dalla Lombardia e approdato dritto nelle mani di ambienti contigui alla guerriglia e al terrorismo armato.

La mente di tutto si chiama Eyas Awad. Fotografo nativo di Tulkarem, attivista di ferro schierato a favore della Global Sumud Flottilla, è lui il regista di una rete di relazioni che spazia dai salotti della sinistra di governo fino ai collettivi più radicali. I suoi legami con il Partito Democratico locale non sono un mistero, ma una certezza documentata con fierezza persino sui canali ufficiali di pdbergamo.it, dove spuntano iniziative condivise e partnership politiche. Una sponda istituzionale perfetta per accreditarsi e far girare la macchina delle donazioni.

E i soldi, in effetti, girano eccome. L’esame dei flussi e dei rendiconti ufficiali dell’associazione mette a nudo cifre da capogiro movimentate su canali come Banca Etica e PayPal: 25.000 euro il 3 dicembre 2024, 10.000 euro il 6 agosto 2025, 15.000 euro il 4 novembre 2025 e altri 10.000 euro il 14 agosto 2026. Un totale di 60.000 euro tondi tondi che sulla carta dovrebbero servire ad aiuti umanitari.

Sulla carta, appunto. Perché se la quadratura contabile appare formalmente in regola — con pezze d’appoggio e uscite che pareggiano quasi al centesimo le entrate —, quello che destava e continua a destare più di un sospetto è la provenienza e soprattutto la reale destinazione finale di questi fondi. Centinaia di contributi da privati e oltre 38mila euro di «entrate da soggetti non associati» che transitano su conti privi di spese per il personale, pronti a spiccare il volo verso la Striscia di Gaza. La trappola sta nel destinatario. I contanti non sono mai arrivati a strutture sanitarie od ospedaliere terze o neutrali, bensì a una specifica associazione sanitaria locale a Gaza. E chi si nasconde dietro questa sigla? Chi firma le lettere di ringraziamento per i generosi contributi inviati da Bergamo?

Non bisogna andare lontano per scoprirlo. Come documentato dalle analisi di NGO Monitor, i vertici dell’organizzazione referente sul campo non sono figure super partes, ma soggetti direttamente legati alle Brigate Abu Ali Mustafa, ovvero il braccio armato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), movimento inserito da anni nella lista nera delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Di fronte a un quadro simile, il tentativo di arrampicarsi sugli specchi definendo la nostra inchiesta una manovra «diffamatoria» fa quasi sorridere. Le carte parlano chiaro, le ricevute pure. Resta da capire fino a quando la sinistra italiana farà finta di non vedere chi si accomoda sui propri palchi e dove vanno a finire, davvero, i soldi raccolti in nome della solidarietà con il popolo palestinese.

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