Dal lavoro alla ripresa Sul tavolo dell'Ue arriva il dossier Italia

Milano È un dossier pesante, carico com'è della tara fatta di recessione e deflazione, quello che Enrico Letta ha cominciato ieri a portare in giro per l'Europa. Non deve solo farsi conoscere dalle Cancellerie, il neo premier: deve anche perorare la causa di un'Italia che non ce la fa più, tentando di aprire uno spiraglio nelle maglie strette dell'austerity. Sono le cifre drammatiche sullo stato di salute della nostra economia a imporre quella svolta che il piano per la crescita, presentato martedì scorso al Parlamento, potrà solo parzialmente assicurare.
Numeri capaci di amplificare l'allarme disoccupazione, con altri 248mila posti evaporati su base annua in marzo. In dodici mesi, il tasso dei senza lavoro è passato dal 10,4% all'11,5% nonostante l'Istat abbia inserito da qualche mese nel computo degli occupati anche gli stagisti. Per quanto edulcorato, questo livello è il segno inequivocabile che le aziende ricorrono alla soluzione estrema del licenziamento laddove non possono usare gli ammortizzatori della cassa integrazione. E in questo esercito crescente di gente a spasso che sfiora ormai i tre milioni di persone, sono soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni a pagare il prezzo maggiore: i 635mila i ragazzi in cerca di un impiego fanno salire al 38,4% la percentuale di disoccupati in questa fascia di età. Poi ci sono anche i cosiddetti scoraggiati (altri tre milioni circa), ovvero coloro che sono stanchi di cercare un posto.
L'Italia, tuttavia, non è la sola a dover combattere il mostro della disoccupazione: nell'Eurozona la percentuale dei senza-lavoro ha superato per la prima volta in marzo la soglia del 12%. L'inceppamento del mercato del lavoro sta inoltre provocando un effetto collaterale insidioso, la frenata dei prezzi a causa della caduta della domanda. Se in aprile l'inflazione media di Eurolandia ha decelerato al +1,2% su base annua dal +1,7% di marzo, nel nostro Paese il fenomeno è ancora più avvertito, con il carovita sceso dall'1,6 all'1,2%: è un salto all'indietro che ci riporta al febbraio del 2010. In soli cinque mesi, la crescita dei prezzi si è dimezzata. Il termometro dell'Istat sui listini segna quindi temperature gelide sul fronte prezzi, che vengono imputate soprattutto al settore energetico, un comparto in deflazione (non accadeva dal 2009). In particolare, rispetto all'anno precedente le quotazioni della benzina scendono del 4% e quelle del diesel del 3,6%, mentre fino a qualche mese fa si registravano incrementi a doppia cifra. Rallenta pure il carrello della spesa, ovvero l'insieme dei beni acquistati con più frequenza (ad aprile è salito solo dell'1,5%).
La delicata situazione congiunturale e un'inflazione ben al di sotto del target del 2% dovrebbero indurre la Bce a rompere gli indugi e a tagliare nella riunione di domani i tassi, fermi allo 0,75% dal luglio scorso. Una riduzione di almeno un quarto di punto (probabile) ridarebbe fiato all'economia, considerando che l'Eurotower non ha finora assecondato le manovre con cui la Federal Reserve e la Banca del Giappone stanno sostenendo la crescita attraverso massicce dosi di liquidità iniettate nel sistema. La mossa di alleggerimento potrebbe inoltre contribuire a sgonfiare ulteriormente gli spread, con evidente beneficio per i Paesi come l'Italia con un debito altissimo.

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