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Le spiegazioni che ancora mancano

Ranucci è vittima di un attentato e su questo non si discute ma è rimasto invischiato in un corto circuito imbarazzante

Le istruzioni di "O'Nir" alla banda della bomba. La chiamata dall'Africa. "Meglio questo legale"

L’idea della Rai di riaffidare la supervisione di Report a Milena Gabanelli è una mossa intelligente come era prevedibile il suo rifiuto, almeno in questa fase della storia: scegliere l’originale è la garanzia che il marchio più autorevole dell’inchiesta televisiva pubblica resti un baluardo di rigore, lontano dalle polemiche che oggi lo assediano. È la scelta giusta per tutelare l’integrità del servizio pubblico.

La questione attorno a Sigfrido Ranucci, però, resta brutale. Ranucci è vittima di un attentato e su questo non si discute ma è rimasto invischiato in un corto circuito imbarazzante: da una parte lui, il «guru» che illumina gli angoli bui altrui; dall’altra un’amicizia, quella con Valter Lavitola, oggi in carcere per tentata strage. Ranucci è al bivio: difendere il suo fortino invocando la censura o fare i conti con la propria limpidezza?

Ciò che non torna è il silenzio sulle zone d’ombra. Quando scopri che un amico è nei guai per averti piazzato una bomba in casa, la prima cosa da fare è domandarsi il perché. E chiederlo a lui. Invece, nelle sedi istituzionali, Ranucci ha indicato piste che si sono dimostrate non essere quella che lui stesso aveva in mente. Il pubblico di Report non vuole un martire, vuole piuttosto un giornalista che non tema la verità neanche quando la verità bussa alla sua porta. Rispondere pubblicamente non è un optional: è l’unico modo per non lasciare che il dubbio divori la sostanza.

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