Leonardo in balia di sentenze contrastanti. Ma perché madre e padre continuano la guerra?

di Giordano Bruno Guerri

Quant'è difficile, quant'è arrogante, quant'è saccente dare giudizi sulla vita altrui, specie quando si tratta di affetti e di rapporti che gli stessi interessati non riescono a capire. Eppure proprio quel loro non capire autorizza i giudizi più radicali, più netti.
Parliamo dei due genitori che - fra Padova e Cittadella, ufficialmente quieta provincia di buoni sentimenti - si contendono un figlio a colpi di sentenze giudiziarie. Beninteso, Ombretta Giglione e l'ex marito condividono la sorte di molti divorziati, di molti separati con figli piccoli, che usano i bambini come strumento di rivalsa o addirittura di vendetta verso l'altro. E, quel che è peggio, magari senza rendersene abbastanza conto, si autogiustificano con la menzogna palese per cui lo fanno soltanto «per i bene del bambino».
Invece non occorre essere pedagogisti, pediatri, psicologi, né conoscere a memoria le Carte dei diritti dell'uomo e del minore per essere certi che «il bene del bambino» consiste soprattutto nel vivere serenamente con entrambi due genitori che si amino e lo amino. Ove i due non si amino più, anzi si odino al punto da rendere la vita familiare un inferno quotidiano, è meglio che si separino. Ma se anche da separati l'odio reciproco è tale da inficiare l'amore che entrambi dovrebbero avere per il loro figlio, è evidente che c'è qualcosa che non va in loro.
Può darsi che abbia ragione il padre del piccolo e sfortunato Leonardo, 10 anni, a sostenere che l'ex moglie provoca al bambino quella nuova malattia che di nuovo, in realtà, ha soltanto il nome: Pas, sindrome da alienazione parentale. In parole semplici, l'atteggiamento «possessivo» della madre e il suo modo di spiegare al piccolo il conflitto di coppia sarebbe stato tale da togliere serenità al bambino, invece di aggiungerla. Ovvero, provo a spiegare con un caso ipotetico (che non si riferisce proprio a quella famiglia, per carità, evitiamo denunce e querele al direttore): la madre dice al bambino che suo padre è un poco di buono, che non vuole bene né a lei né a lui, e che meno lo vedono meglio è. Anche questo succede spessissimo, come succede spessissimo che, invece, il genitore accusato sia una brava persona: il quale, dunque, ha il dovere di recuperare il figlio strappandolo a un ex partner talmente in malafede.
È in casi come questi che, inevitabilmente, deve intervenire la magistratura. Ma in modo deciso e accorto. Non sembra che, nel caso di Leonardo, i modi siano né decisi né accorti. Della trafila di decisioni e controdecisioni ci basta ricordare l'incredibile scena - trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo - del bambino trascinato via a forza da scuola per portarlo dal padre; poi le interviste e le controinterviste rilasciate soprattutto dalla madre: tanto che, se si fa una ricerca con Google su Ombretta Giglione, la terza voce che appare è «Ultimi interventi in video». Amore di mamma, certo, ma c'è da sperare di non averne un'altra raffica, ora, dopo le ultime notizie, dopo l'ultima sentenza: «Adesso mio figlio è diventato un pacco postale», ha dichiarato, dopo la sentenza che - salomonicamente? - decide che Leonardo passi circa metà giorni con il padre e metà con la madre, presumibilmente trasportando rancori, i propri e i loro, dall'uno all'altro.
La parte migliore della sentenza, mi sembra, è quella per cui il bambino, con chiunque stia, è «affidato» al Servizio Sociale di Padova, che ha anche il compito di aiutare il padre e la madre a essere buoni genitori. Sarà questo il lavoro più duro.
www.giordanobrunoguerri.it

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