L'attila che abbatte il Maggio Fiorentino

Renzi e una rovinosa sovrintendenza hanno fatto perdere al teatro venti milioni in quattro anni. Trascinando nel buco 350 dipendenti

L'attila che abbatte il Maggio Fiorentino

C'era una volta il Maggio Musicale fiorentino. Concerti, balletti, cori, opere liriche, teatro, il fiore all'occhiello di una città simbolo della cultura e dell'arte italiana. Il Maggio c'è ancora, a onor del vero, ma pieno di ammaccature e buchi di bilancio.

La gestione pubblica è un capestro per le attività culturali, come dimostrano i conti perennemente in rosso degli enti lirici, carrozzoni ipersindacalizzati, templi non del bel canto ma del clientelismo, dove l'amicizia del politico giusto fa sempre premio sul merito anche se si tratta di posti pubblici dove - recita inascoltata la Costituzione - si dovrebbe entrare soltanto per concorso.

Matteo Renzi, in qualità di sindaco, presiede il consiglio di amministrazione del Maggio. È il numero 1. Quando arrivò a Palazzo Vecchio, nel 2009, ne conosceva bene lo stato boccheggiante delle finanze: da presidente della Provincia di Firenze era stato tra i suoi finanziatori. Secondo il suo stile intessuto di slogan e annunci a effetto, Renzi screditò l'ente come uno «stipendificio». Non aveva torto. Come alla Scala e nelle altre fondazioni sparse per il Belpaese, al Maggio si incassa un'indennità anche nel respirare. Clausole integrative, corsie preferenziali, veti sindacali zavorrano l'ente. E a pagare sono le casse pubbliche, cioè i contribuenti, compresi quanti preferiscono Jovanotti a Mozart o non hanno i soldi per permettersi di comprare i biglietti.

Che fa dunque Renzi il Magnifico? Promette. Proclama. La parola d'ordine è «gestione manageriale» che risanerà i bilanci e tapperà i buchi. Ma ci vuole un anno (maggio 2010) perché scatti qualche provvedimento, cioè la nomina a sovrintendente di Francesca Colombo. Scelta «renziana», cioè politicamente molto corretta: una donna, e in aggiunta giovane (37 anni). Ingegnere del Politecnico di Milano, aveva lavorato alla Scala all'archivio digitale e al marketing; la sua carriera era decollata tre anni prima quando era diventata segretaria generale del festival musicale MiTo presieduto dal finanziere Francesco Micheli, allora suo compagno. Al Maggio fiorentino la rampante e ben inserita manager approdava come responsabile artistico-culturale dell'Expo 2015.

La mission della Colombo, per un compenso sui 300mila euro annui, era attrarre sul capoluogo toscano i finanziamenti privati. «Voglio rassicurare che porteremo il Maggio in pareggio quest'anno come abbiamo fatto con Ataf e Firenze parcheggi», gonfiò il petto Renzi. Un'illusione. Il bilancio 2010 del Maggio si chiuse con un disavanzo di 8.358.042 euro contro un deficit previsto di 1,5 milioni. I problemi maggiori si ebbero proprio sul fronte dei finanziamenti, poiché sia lo Stato sia i privati avevano tagliato le sovvenzioni. Nel 2009 la perdita era stata assai inferiore: «appena» 2.361.000 euro.

Ma le cose non sono andate meglio negli anni successivi. Nessuna inversione di tendenza ha riportato il sereno nelle nebbie dei conti. Il 2011 del festival fiorentino si è chiuso con un rosso di 3.473.428 euro e per il 2012 si stima un disavanzo ancora sugli 8-9 milioni. Nei quattro anni da numero 1 del Maggio, Renzi ha accumulato perdite per oltre 20 milioni di euro. Gli incassi del botteghino superano a malapena i 4 milioni; il resto delle entrate arriva da enti locali per circa 9 milioni e dallo stato per altri 17.

Da salvatrice della patria canora, la sovrintendente Colombo diventa il capro espiatorio di una situazione precipitata con lei e Renzi. A fine gennaio 2013, in piena campagna elettorale per le politiche, il governo Monti decide il commissariamento del Maggio. Il consiglio di amministrazione viene sciolto ed esautorato il sindaco-presidente. Che tuttavia, nonostante la gestione fallimentare, riesce a piazzare un personaggio a lui molto vicino. Il ministro dei Beni culturali, infatti, nomina commissario straordinario della fondazione il commercialista fiorentino Francesco Bianchi, fratello di Alberto Bianchi, avvocato del sindaco e suo uomo di fiducia alla presidenza della Fondazione Big Bang, il polmone finanziario del sistema renziano.

Il primo atto di Bianchi è cacciare Francesca Colombo: è il sigillo sul naufragio del Maggio renziano. Lo choc in città è fortissimo. La strada più percorribile sembra sia la liquidazione e la successiva ricostituzione della fondazione con meno personale e costi inferiori. Perfino l'arcivescovo di Firenze, il cardinale ruiniano Giuseppe Betori, punta il dito contro la massa di sprechi: «Chiamo tutti a un'azione responsabile e concorde - disse alla fine dello scorso giugno - nel ricercare le vie migliori per dare futuro a questa espressione di cultura e di bellezza che tutti ci onora. Anch'io sono il Maggio».

Renzi prende malissimo la rampogna cardinalizia. «Da Betori un attacco politico della Chiesa ruiniana», mugugna senza nessuna autocritica. L'arcivescovo replica: «Mi preme il bene di Firenze». Il sindaco in affanno chiede aiuto al Corriere: in una lettera aperta getta ogni colpa sui «tagli del Fondo unico per lo spettacolo». Ma Renzi non era il paladino dei risparmi pubblici e dello spirito imprenditoriale a scapito dell'assistenzialismo?

(3. Continua)

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