Il «blocco nero» è nelle mani di Askatasuna. Il centro sociale, negli anni, è diventato il regista di tutti gli assalti, tanto a Torino quanto in Val di Susa. Le tecniche, tra i cantieri del Tav o in pieno centro cittadino, sono le stesse: travisamento, nastri per coprire i tatuaggi identificativi, linee di cortei che si spezzano a comando, nomi in codice, pietre, bombe carta, fumogeni. Mentre i pm lavorano ai capi di imputazione (secondo il dottor Giovanni Bombardieri, procuratore capo della Procura di Torino e titolare dell’inchiesta sentito dal Giornale, oggi potrebbero arrivare novità sostanziali), a ricorrere, in questa storia, sono anche i nomi. Stefano Millesimo, per esempio, è stato notato in mezzo alla manifestazione No Tav. Non è un militante tra tanti: è con Sara Munari e Nicola Gastini uno dei leader della nuova generazione di «Aska». Poi ci sono i «grandi vecchi», i «fondatori». Chi è il direttore artistico del festival «Alta felicità»? Quello da cui è partito il corteo sfociato in violenza contro lo Stato? Andrea Bonadonna, uno dei primi occupanti del centro sociale torinese, sgomberato dal governo Meloni nel dicembre del 2025. Bonadonna è imputato nel processo d’appello per associazione a delinquere derivato dall’inchiesta «Operazione sovrano». Non è Giorgio Rossetto, non è «Wallace», ossia, per la Procura, il leader della sigla antagonista. Ma Bonadonna è quantomeno parte del triumvirato delle origini assieme all’ideologo Guido Borio, ex militante dei Nuclei comunisti territoriali. «Alta Felicità», il festival di «musica» «cultura» e «resistenza» in Val di Susa avrebbe garantito, secondo Fdi, quasi un milione di euro d’incassi.
I meloniani, con la parlamentare Augusta Montaruli, domandano la proibizione definitiva della kermesse. «Fondato anche dall’attore Elio Germano - afferma al Giornale la parlamentare torinese - attira migliaia di persone che si riversano nei cortei della guerriglia, come dimostrato dalla conferenza stampa di ieri, rivendicando la devastazione». Germano, nel frattempo, si è imborghesito. In Val di Susa, invece, restano a dimorare capi di Askatasuna. «È inammissibile - prosegue Montaruli - che tutto questo avvenga, con tanto di flusso di denaro». Un altro indizio del collegamento tra «Aska» e la guerriglia di qualche giorno fa arriva dai canali Telegram. Autonomia 47, il gruppo in cui è stata prima organizzata e poi esaltata la manifestazione di Torino dello scorso 31 gennaio (quella delle martellate ai poliziotti), ha pubblicizzato la «Carovana No Tav» a partire dal 21 luglio scorso. «C’eravamo, ci siamo e ci saremo», hanno detto ieri in conferenza stampa i leader No Tav.
Il legame tra quanto avviene nella Valle e quello che succede a Torino non viene neppure mascherato. Ieri, nel Consiglio comunale del capoluogo piemontese, il Movimento 5 Stelle si è presentato con la bandiera No Tav. I 5S della Appendino sono, insieme ad Avs, i fiancheggiatori politici di «Aska». In città è un fatto noto, in Italia forse meno. Da Ilaria Salis a Marco Grimaldi, passando per Alice Ravinale, Giulia Marro e Valentina Cera: la sinistra piemontese e non ha volentieri intrecciato il suo cammino con la «Hezbollah (quello che sarebbero voluti diventare) italiana».
