Abbiamo una sinistra che ha cancellato la memoria, anzi ha rovesciato la storia fino a insultare gli esuli italiani. A Milano, nel corteo a cui sabato ha partecipato Ilaria Salis, è apparso il tricolore garibaldino con la stella rossa, simbolo delle armate partigiane titine che si sono macchiate dei peggiori crimini di guerra mentre noi raccontavamo che il conflitto era finito e tutti vivevano felici e contenti. E invece sul confine orientale a uccidere gli innocenti erano proprio i partigiani jugoslavi.
Che ci fa una parlamentare europea sotto quella bandiera criminale? Nel silenzio dei leader da Schlein a Conte?
Nel 1945, mentre l’Italia festeggiava la Liberazione, per tanti italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia la violenza di Tito significava foibe, deportazioni, persecuzioni. Poi l’esodo: centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare tutto. E non bastava essere antifascisti per salvarsi. A Porzûs, i partigiani comunisti uccisero altri partigiani, quelli della Osoppo. Tra loro Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo.
Per decenni questa storia è stata rimossa, minimizzata, raccontata sottovoce. Oggi qualcuno sfila con quei simboli senza farsi troppe domande. E la Salis? Dovrebbe sapere che una stella rossa non è un certificato di innocenza. Ma forse è questo il nuovo antifascismo: condannare tutte le dittature, purché non si debba disturbare quella del colore giusto. La memoria a sinistra funziona come un semaforo: col rosso, la verità si ferma. E i crimini passano.