La litania catastrofista della Cgil di Maurizio Landini continua senza sosta, cieca di fronte all’evidenza dei fatti e all’impatto reale delle politiche del governo Meloni. Nella solita intervista al vetriolo concessa a Repubblica, il segretario generale tenta di dipingere un quadro a tinte fosche della nostra economia, domandandosi se gli italiani stiano meglio o peggio e lanciando accuse che non reggono alla prova dei numeri.
A partire dalla consueta filippica sul prodotto interno lordo. Secondo Landini, infatti, «il Pil non cresce» e il Paese sarebbe del tutto fermo. I dati dicono l’opposto: dopo il +1,0% del 2023, la crescita è proseguita con un +0,7% nel 2024 e un +0,5% nel 2025. Nel biennio 2023-2024 l’Italia ha registrato una crescita cumulata dell’1,1%, dimostrando piena tenuta rispetto alla media dell’Eurozona. A smentire clamorosamente il leader della Cgil è poi il Mezzogiorno. Nel 2025 il Pil del Meridione è aumentato del 0,6% (0,7% secondo i dati Svimez), superando la media italiana fermatasi allo 0,5%. Si è trattato del quarto anno consecutivo in cui il Sud Italia è cresciuto a un ritmo superiore rispetto al Centro-Nord, un trend positivo spinto soprattutto dagli investimenti (in particolare dalla Zes) e dal lavoro (+1,5% l’occupazione nel 2025 contro il +1,1% della meda nazionale). Altro che stallo: l’Italia tiene e il Sud corre.
Non meno pretestuosa è l’invettiva sul lavoro, con Landini che attacca sostenendo che siano «saliti i profitti, calati investimenti e salari». I numeri dell’Inps e dell’Istat raccontano un’altra storia. Il tasso di occupazione ha superato la soglia del 63% con una platea di lavoratori assicurati salita nel 2025 al record storico di 27,2 milioni. Persino l’Ocse certifica come l’Italia rappresenti una virtuosa eccezione in cui la disoccupazione continua a scendere.
Laddove la narrazione ideologica tocca il vertice è la questione dei redditi. Landini denuncia che «i contratti nazionali devono aumentare, non solo difendere, il potere d’acquisto dei salari» e afferma che «dipendenti e pensionati hanno pagato oltre 25 miliardi di tasse in più». Ma di fronte all’inflazione scatenata dalla crisi energetica, l’esecutivo ha fatto il massimo possibile. Uno studio della Bce dimostra infatti che gli interventi sulle aliquote e il taglio del cuneo fiscale hanno integralmente compensato il drenaggio fiscale per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 35mila euro. A testimoniare la tenuta delle famiglie c’è anche il reddito disponibile lordo pro capite, salito a 22.977 euro.
A smentire la storiella del Paese impoverito ci sono poi i consumi. L’Ufficio Studi di Confcommercio ha registrato nel 2026 una spesa reale pro capite arrivata al record di 23.261 euro, superando il picco pre-crisi del 2007.
Infine, Landini si aggrappa al tema della ricchezza sostenendo che «l’1% più ricco possiede il 25% della ricchezza, il 50% più povero poco più del 7%». Un artificio polemico che addebita al governo dinamiche finanziarie di lungo periodo. La propaganda si infrange così contro la realtà: l’Italia lavora, produce e cresce.
