La maledizione della Camera incombe già sulla Boldrini

Dalla Pivetti a Fini è stato un crescendo: chi siede su quella poltrona finisce col lasciare la politica o col perdere pure il partito. E lei si smarca: "Rappresento tutti, non solo Sel"

La maledizione della Camera incombe già sulla Boldrini

Roma - L'importante è che ora non venga in mente alla cara presidente Laura Boldrini di riaprire l'ingresso posteriore di Montecitorio. Quello di piazza del Parlamento, che secondo uno dei segreti meglio custoditi del Palazzo rimane sbarrato per il «fattore S». «S» come superstizione, dato che tutte le volte che si tentò di render merito all'opera di ampliamento dell'architetto Basile, rendendo agibile l'ampio portale, ne derivarono guai grossi per la Capitale e l'Italia intera. Un'inondazione del Tevere, l'epidemia di spagnola, l'inizio della prima guerra mondiale.
Vox populi e, appunto, bieche superstizioni. Ma quella della maledizione di Montecitorio, che talora si abbatte sulle ambizioni politiche del presidente e talaltra investe anche il partito che lo designa, è diventata una delle poche certezze di questa agonizzante seconda Repubblica. Avendo colpito, nelle ultime due decadi, una serie impressionante di personaggi annientandone velleità e seguaci. Si cominciò con la giovane Irene Pivetti, condannata alle comparsate in tivù dopo averla salutata come speranza leghista e, se vogliamo, del nuovo corso post-Tangentopoli. Si proseguì con Luciano Violante che, da riferimento delle toghe rosse e quindi ribaltatosi in uomo della pacificazione nazionale, è finito nell'irrilevanza dei saggi di Napolitano (con recenti, forse ancora sventabili, mire ministeriali).

L'apice della maledizione s'è abbattuta però, in rossiniano crescendo, sulla coppia Casini-Fini: assurti al soglio per evidenziarne la difformità dal verbo berlusconiano, non solo si sono bruciati le penne, ma hanno anche trascinato nella caduta i loro partiti personali. Avranno contato senz'altro errori politici, ma è un dato di fatto che la funzione non ha sviluppato l'organo. Medesima sorte ha arriso (si fa per dire) al presidente d'intermezzo, Fausto Bertinotti, che pretese di dirigere l'orchestra dell'Unione prodiana dallo studio della Camera. Perdendo, nell'ufficio, tanto l'azione (governativa) quanto la rifondazione (comunista).

E dire che quello scranno era stato, dalla nascita della Repubblica, fucina di assunzioni assai più elevate. Dal Monte Citorio al Colle del Quirinale il passo è stato spesso obbligato. Da Gronchi a Leone, da Pertini a Scalfaro, per finire a re Giorgio Napolitano, la presidenza della Camera - più di quella del Senato - ha rappresentato la «riserva dello Stato» per antonomasia. Sarà perché la riserva s'è esaurita, sarà perché la seconda Repubblica non è la prima, il ruolo di chi siede a Montecitorio è svaporato fino a diventare pressoché superfluo. Prova ne sia l'arrivo di una giornalista affiliata all'Onu, e lontana dalla politique politicienne.

È una fortuna, in fondo, che il rapporto che lega la Boldrini a Vendola sia fortuito e liquido come il partito di Sinistra e libertà, in procinto di rimescolarsi con le frazioni che scaturiranno dalla diaspora del Pd. Complice il governo delle larghe intese. Ed è un bene che Sel stia all'opposizione, evitando alla Boldrini di fare - com'è stato per Casini, Fini e Bertinotti - la presidente di lotta e di governo. Così la Boldrini ha già preso le distanze: «Io rappresento tutta la Camera, non Sel», s'è affrettata a dichiarare. L'accordo che l'ha proiettata al vertice essendo già defunto. Quando si dice la prudenza, toccando ferro.

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