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"Saltò giù da un balcone". Le rivelazioni dell’ex bodyguard di Lady Diana

Ken Wharfe racconta il motivo che lo ha spinto ad abbandonare il ruolo di guardia del corpo di Diana, senza nascondere rimpianti e incomprensioni

"Saltò giù da un balcone". Le rivelazioni dell’ex bodyguard di Lady Diana

La morte di Lady Diana è stata una “tempesta perfetta”, ovvero la concomitanza, più o meno casuale, di diversi fattori che, combinati insieme, hanno portato al peggior risultato possibile, allo scenario più terribile. Per anni i tabloid, gli esperti, gli storici hanno analizzato queste circostanze, discusso sulle modalità e il tempismo con cui si sono verificate. In particolare sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro sul fatto che la principessa non avesse allacciato le cinture di sicurezza, che probabilmente avrebbero potuto salvarle la vita. Ora Ken Wharfe, ex guardia del corpo di Lady D, torna a parlare di quella notte che cambiò la storia della royal family, rivelando i retroscena del suo rapporto con Diana, ma anche il carattere ribelle e insofferente di una giovane donna alla ricerca di se stessa.

“Nel profondo del mio cuore”

“Ho riflettuto sul fatto che nel momento in cui Diana abbandonò la security io sapevo, nel profondo del mio cuore, che senza [scorta la principessa] alla fine sarebbe morta”. A pronunciare questa frase così forte e carica di consapevolezza unita al rimpianto è Ken Wharfe, ex guardia del corpo di Lady Diana. L’uomo, intervistato per il documentario di Channel 5 “The Princess and The Bodyguard”, citato dal Daily Mail, iniziò a lavorare per i Windsor nel 1986. La sua prima mansione fu proteggere William e Harry, allora bambini rispettivamente di quattro e due anni. Ken Wharfe ebbe modo, così, di assistere alla progressiva disgregazione del matrimonio di Carlo e Diana da una posizione ravvicinata, sebbene costantemente in ombra.

Al servizio della principessa

Nel giro di un anno al bodyguard venne assegnato un nuovo compito: garantire l’incolumità della principessa Diana. Al precedente addetto alla sua security Graham Smith, ricorda ancora il Daily Mail, era stato diagnosticato un cancro allo stadio terminale, così Buckingham Palace pensò di sostituirlo con Wharfe. Questi rimase accanto a Lady D per sei anni. Il 9 dicembre 1992, dopo la pubblicazione del libro scandalo “Diana. Her True Story”, di Andrew Morton, il Palazzo reale annunciò la fine del matrimonio dei principi di Galles. “Quando tornai a Kensington Palace, alcuni giorni dopo”, ricorda Wharfe, “[la principessa] disse: ‘Hai sentito le notizie, Ken?’. Io risposi: ‘Sì’. Dissi: ‘Come si sente?’”. Diana avrebbe risposto, rassegnata: “Beh, è finita”.

“Ciò che lei voleva”

Lady D sapeva di non avere scelta. Non c’era un’altra strada percorribile per tentare di salvare il matrimonio. Ciò, naturalmente, non vuol dire affatto che la situazione fosse meno dolorosa, che non le facesse male come donna e come madre. Ken Wharfe rivela: “Era in lacrime, perché non dimentichiamo che quando si fa al mondo una dichiarazione del genere, [cioè] che il tuo matrimonio di fatto è finito, è una cosa penosa da sentire. Ma chiaramente, dal mio punto di vista, questo è ciò che lei voleva. Voleva uscire da questo matrimonio”. Il discorso dell’ex guardia del corpo è assolutamente comprensibile: la principessa era consapevole di non poter nascondere nulla o quasi all’opinione pubblica. La separazione da Carlo si sarebbe svolta sotto gli occhi dell’intero pianeta e William e Harry si sarebbero ritrovati nell’occhio del ciclone. Il tempo, però, era scaduto. Per Diana era arrivato il momento di spiccare il volo lontana dalla royal family.

Un anno difficile

I problemi tra Diana e Ken Wharfe sarebbero iniziati dopo la separazione. La principessa era quasi del tutto libera, ormai, ma doveva ancora capire cosa fare di tutta questa libertà, come gestire la sua vita non più irreggimentata dalle rigide regole di corte. La sua insofferenza, parzialmente trattenuta fino a quel momento, sarebbe esplosa, come rivela l’ex bodyguard: “Il 1993 divenne un periodo molto, molto difficile per Diana…Stava pensando a cosa avrebbe fatto dopo. ‘Quando otterrò il divorzio?’, ‘Cosa farò quando sarò divorziata?’. Aveva parlato tante, tante volte prima di normalità e penso che stesse cercando una maggiore libertà”.

“Avrebbe potuto morire”

Diana, però, portava avanti questa sua ricerca in maniera talvolta quasi spericolata. Nel marzo 1993 Wharfe la scortò in un resort a Lech, in Austria: “Era una mattina presto, erano circa le sei e mezza, fui svegliato dall’addetto alla sicurezza notturna che mi disse, piuttosto imbarazzato, che Diana era appena entrata in hotel, era tornata in hotel. ‘Che intendi con appena entrata? Mi stai dicendo che l’hai lasciata uscire?’ Lui rispose: ‘No signore, non l’ho fatto’. ‘E allora come ha fatto a uscire?’. Mi disse: ‘Non lo so’. Non riusciva proprio a capire come avesse fatto a lasciare l’hotel”. Wharfe scoprì subito cosa era accaduto, ma ciò non lo tranquillizzò affatto. Al contrario: “...Andai fuori, di fronte alla sua suite e sul balcone [collegato]. C’era stata una forte nevicata quella notte, intendo dire che [la neve] mi arrivava fino alla vita. Ma potevo vedere questa impronta…nella neve alta e i passi sul balcone. Con mio grande stupore capii che doveva essere saltata giù da un’altezza di sei metri, dal balcone al primo piano. Avrebbe potuto morire. Non sto facendo una considerazione di poco conto. Ero davvero preoccupato per la sua salute psicologica. Qual era il suo stato mentale per tentare o credere di poter fare qualcosa di simile?”.

“Volevo uscire”

Wharfe ricorda: “Dovevo accertarmi che Diana fosse al sicuro…in hotel. Così bussai alla sua porta. Era molto, molto felice e allegra”. La principessa giustificò la sua uscita dicendo candidamente: “Avevo solo bisogno di un po’ d’aria, Ken”. La guardia del corpo, però, le fece notare la pericolosità del suo gesto incosciente: “Saltare dal balcone è stata una cosa molto stupida”. È interessante la replica di Lady D, che quasi si scusò non per l’atto in sé, ma addirittura per il fatto di esistere, come se la sua presenza fosse un peso per gli altri: “Ho solo deciso che volevo uscire. Non volevo disturbare i tuoi colleghi. Non volevo creare scompiglio”. Wharfe ribatté: “Ci sarebbe stato scompiglio se si fosse ammazzata”. Quella di Diana sembra quasi la risposta di una ragazzina indifesa e ingenua. Gli uomini della security, invece, stavano solo svolgendo il loro lavoro. Un mestiere che richiede collaborazione da parte della persona protetta. Wharfe le fece capire senza mezze misure la grande responsabilità che aveva la scorta e i gravi rischi a cui Diana aveva esposto se stessa e i suoi collaboratori.

Shopping a Kensington

Poco tempo dopo, dichiara ancora l’ex bdyguard, ci fu un altro episodio di questo genere, che rappresentò il punto di non ritorno e lo indusse a dare le dimissioni. Lady Diana stava rientrando a Kensington Palace in auto. Wharfe era seduto sul sedile del passeggero anteriore. All’improvviso la principessa disse di volersi fermare per fare shopping a Kensington High Street. L’uomo le spiegò che non poteva parcheggiare in quel punto della strada, perché c’erano le strisce gialle. Diana si impuntò: “Puoi risolvere la cosa, sei un poliziotto”. Wharfe insistette: “Signora, che le succede? Sa che non posso farlo”. Lady D non si arrese: “No, voglio fare shopping”. L’altro cercò di trovare un compromesso, chiedendole di attendere per dargli modo di trovare un parcheggio. La principessa si arrabbiò e, rammenta ancora Wharfe “a quel punto la portiera di Diana si aprì e lei corse verso Kensington High Street”.

“Una decisione difficile”

Ken Wharfe sapeva dove Diana si stesse dirigendo, così le andò dietro e quel momento di tensione si risolse senza problemi. Qualcosa, però, si era rotto per sempre: “Non era questo il modo di gestire la sicurezza, con la protetta che fugge dal protettore…Avevo raggiunto il punto in cui, sinceramente, non potevo più garantire la sicurezza e la protezione” della principessa. Il giorno successivo Wharfe parlò apertamente con Lady Diana, spiegandole che non era più “disposto ad accettare” comportamenti che “mettono a repentaglio la sua sicurezza”. Diana era “scioccata”. Per il suo collaboratore fu una “decisione difficile” da prendere, ma necessaria, perché “non volevo far parte della security che l’avrebbe delusa”.

Solo capricci?

Bollare le richieste e i comportamenti avventati di Diana come semplici capricci, bizzarrie di una persona forse viziata sarebbe troppo facile. Una soluzione comoda e veloce per evitare di scavare nella sofferenza della principessa, in un desiderio di indipendenza represso talmente a lungo da diventare incontrollabile, quasi impossibile da incanalare in un percorso di progressiva emancipazione svolto con buon senso. Parlare di colpe da ricercare nella possibile incapacità di Lady D di affermare se stessa con pazienza e determinazione negli anni trascorsi a corte, oppure nel rigore e nell’intransigenza del Palazzo reale è ormai inutile. Le responsabilità, probabilmente, sono sempre state da entrambe le parti e soprattutto nella mancanza di dialogo tra queste.

La fine

Poche settimane dopo le dimissioni di Ken Wharfe Diana abbandonò la sua scorta. “Un errore fatale”, come lo reputa l’uomo, che aggiunge: “Dall’oggi al domani si ritrovò senza un responsabile della protezione”. Il 3 dicembre 1993 la principessa annunciò il suo ritiro dalla vita pubblica. Gli anni successivi passarono troppo velocemente, mentre Lady D si ritagliava un ruolo nel mondo della filantropia e diventava un’icona della moda. Il 31 agosto 1997 il destino interruppe tragicamente l’ascesa della principessa del popolo, amata in tutto il mondo: “Da quando è accaduto l’incidente a Parigi”, dichiara Wharfe, “ho analizzato molte, molte volte gli errori che la security fece quella notte e ce ne furono tanti” Mancanze che “per me furono difficili da accettare”.

“Se”

Stando alle ricostruzioni dell’incidente nel Tunnel dell’Alma, molte cose non avrebbero funzionato: l’auto su cui viaggiava Diana sarebbe stata poco più di un rottame, l’autista Henri Paul ubriaco, la velocità troppo alta, le cinture di sicurezza non allacciate. “[Lady D] morì tragicamente quando non avrebbe dovuto”, sostiene Ken Wharfe. “Se Philip Dorneau, l’autista che avrebbe dovuto accompagnarla in origine, fosse partito dall’hotel con una scorta della polizia e ai paparazzi fosse stata concessa una foto prima della partenza, Diana non sarebbe morta quella notte”. L’intervista a Ken Wharfe è permeata di rimpianto, rassegnazione e senso di impotenza del tutto comprensibili. Sembra di leggere tra le righe perfino un messaggio di autocolpevolizzazione che però non ha ragion d’essere.

Quasi la ex guardia del corpo volesse comunicarci che se fosse stata presente quella notte, Diana sarebbe ancora viva. In realtà nessuno può saperlo e, purtroppo, la Storia non può essere scritta né con i “ma”, né con i “se”.

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