Ora l’Anm arriva a contestare persino le scelte di Bruxelles. Il sindacato delle toghe italiane si lamenta perché il nuovo Patto Ue sull’immigrazione e sull'asilo comporterà un aumento del carico di lavoro, senza che vi sia un "corrispondente adeguato rafforzamento delle risorse umane e organizzative".
Secondo un documento approvato oggi dal Comitato direttivo centrale dell’Anm, il nuovo Patto europeo potrebbe "compromettere l'efficacia dell'intero sistema, favorendo l'espansione dell'irregolarità e, con essa, fenomeni di sfruttamento e di infiltrazione criminale". L’Anm ha calcolato che, in base alle nuove norme europee “divenute pienamente applicabili dal 12 giugno 2026”, l’Italia dovrà occuparsi di un numero molto elevato di domande di protezione internazionale, pari a più del “26% di tutte le procedure di frontiera dell'Ue, con un numero annuo obbligatorio pari a oltre 16mila procedure nel primo anno di applicazione, destinato a crescere fino a oltre 32mila procedure annue a regime". In buona sostanza, le toghe mettono le mani avanti come per dire che il nuovo regolamento non sarà applicabile per mancanza di risorse. “Per fronteggiare l'impatto che le nuove norme avranno sul lavoro e la competenza delle Sezioni specializzate in materia di immigrazione non è stato previsto un corrispondente adeguato rafforzamento delle risorse umane e organizzative necessarie ad affrontare il nuovo carico di lavoro”, avverte l’Anm. I magistrati contestano il decreto legge 100/26 che “rafforza significativamente le Commissioni territoriali competenti per l'esame amministrativo delle domande di protezione internazionale mediante l'istituzione di nuove sezioni e l'assunzione di personale amministrativo”, ma non potenzia “le Sezioni specializzate dei Tribunali, che già, come noto, presentano un rilevante arretrato”. Un modo come un altro per anticipare che, loro malgrado, i magistrati italiani non potranno far rispettare la legge. La colpa? Ovviamente è del governo che, oltretutto, con questo decreto “interviene anche sulla durata dei procedimenti di primo grado, prevedendo un termine massimo di definizione di otto mesi per le procedure ordinarie e mantenendo il termine di quattro mesi per quelle accelerate”.
Insomma, “alla luce del numero dei procedimenti pendenti e delle risorse disponibili, tali termini - si legge ancora sul documento - risultano difficilmente conseguibili”. Poco importa che sia stato istituito l'Ufficio per il processo stralcio' presso le Sezioni specializzate, “composto anche da 'almeno tre' giudici onorari di pace per ciascuna Sezione cui delegare la trattazione e decisione delle domande pendenti fino al 12 giugno 2026” e che sia stata “prevista una proroga di tre mesi dei contratti del personale dell'Ufficio per il processo (Aupp c.d. non stabilizzati)”. Secondo l’Anm, tutto ciò non è sufficiente, ma anzi “si tratta di misure di portata del tutto inadeguata rispetto all'entità delle pendenze e al prevedibile incremento esponenziale del contenzioso derivante dall'attuazione del Patto europeo in relazione alle procedure di frontiera".
I togati sostengono che senza un incremento delle piante organiche delle Sezioni specializzate non si potrà “fronteggiare in modo adeguato ed efficace il carico abnorme di lavoro” e auspicano un aumento delle risorse altrimento “il rischio è quello di compromettere l'efficacia dell'intero sistema, favorendo l'espansione dell'irregolarità e, con essa, fenomeni di sfruttamento e di infiltrazione criminale”. Un po’ come dire: noi vi abbiamo avvisati, se poi i migranti irregolari aumentano la colpa non è nostra, ma del governo