Lo scontro con Sigfrido Ranucci è tutt’altro che chiuso. Anzi secondo Paolo Zampolli potrebbe essere appena cominciato. “Io penso che su Ranucci ne salteranno fuori di cotte e di crude”, assicura il rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali e stretto collaboratore di Donald Trump all’Adnkronos. Parole che arrivano dopo mesi di accuse incrociate, diffide e carte bollate tra l’uomo vicino alla Casa Bianca e Report.
E Zampolli ora promette di andare fino in fondo. “Proveremo la verità. Ho dato ai miei avvocati un budget illimitato. E mostreremo che c’era un interesse politico” dietro il lavoro della trasmissione di Rai3, sostiene. E la partita, avverte, non si giocherà soltanto in Italia: sono previste iniziative legali anche negli Stati Uniti.
La guerra risale alla scorsa primavera. Report si è occupato a più riprese di Zampolli, concentrandosi sui suoi rapporti con Donald e Melania Trump, Jeffrey Epstein e sull’ambiente delle agenzie di modelle. Una ricostruzione che Zampolli ha sempre respinto con decisione. Già prima della messa in onda del primo servizio aveva fatto diffidare Report, mentre Ranucci aveva rivendicato l’interesse pubblico dell’inchiesta. Poi il passaggio alle vie legali: una richiesta di risarcimento da 5 milioni di euro indirizzata alla Rai, al conduttore e al giornalista Sacha Biazzo, contestando contenuti che l’inviato di Trump considera falsi, diffamatori o basati su fonti non verificate.
Il livello dello scontro si è alzato ulteriormente nelle ultime settimane. In un’intervista concessa al Giornale, Zampolli aveva definito senza mezzi termini “false” le informazioni diffuse sul suo conto e sostenuto che l’obiettivo dell’operazione fosse politico: “Voleva colpire me per le relazioni che ho con Trump e Meloni”. Nella stessa intervista aveva confermato di avere dato mandato al suo avvocato Maurizio Miculan di procedere in sede civile e penale contro Ranucci e lo staff di Report.
E proprio nell’intervista al Giornale Zampolli aveva lanciato una delle accuse più pesanti, riferendo che, secondo non meglio precisate “autorevoli fonti di Washington”, Ranucci sarebbe stato a conoscenza della preparazione dell’attentato poi subito. Alla richiesta di indicare le fonti, il collaboratore di Trump aveva risposto: “I corridoi di Washington”.
Insomma, Zampolli rilancia. Non più soltanto una richiesta di risarcimento, ma la promessa di una battaglia legale senza limiti di spesa e con un fronte americano destinato ad aprirsi. Il punto che l’inviato di Trump vuole dimostrare è sempre lo stesso: dietro le inchieste che lo hanno riguardato, sostiene, non ci sarebbe stato soltanto interesse giornalistico, ma un preciso obiettivo politico. Saranno eventualmente carte, tribunali e prove a stabilire se questa ricostruzione reggerà. Nel frattempo tra Zampolli e Ranucci la guerra è ormai dichiarata.
