Nel Pd la fronda non molla e vuol far saltare l'Italicum

Gli avversari di Renzi si preparano a sabotare la riforma elettorale e a rallentare quella del Senato

Nel Pd la fronda non molla e vuol far saltare l'Italicum

Roma - Niente da fare, è più forte di loro: anche alla vigilia di una campagna elettorale cruciale, la sinistra si regala i gli immancabili titoli sul «Pd spaccato». Un pezzo a Torino con il segretario-premier che incita a combattere insieme per la vittoria accantonando le beghe interne, l'altro pezzo in un teatro della Capitale, a dire peste e corna di lui. Il dito nella piaga lo mette un esponente della stessa minoranza, il parlamentare Enzo Amendola: «Un cittadino guarda in tv l'apertura della campagna elettorale in Piemonte. Due minuti dopo vede la minoranza Pd riunita a Roma. Cosa deve pensare?». E anche il lettiano Francesco Russo è severo verso la fronda: «Se si vuole criticare Renzi, bisogna sfidarlo su quello che non fa o non dice, non mettersi di traverso su quello che fa. Il ritorno al passato non funziona». Vero è che Gianni Cuperlo la sua assemblea, una chiamata a raccolta di tutta l'opposizione interna anti-renziana, l'aveva convocata ben prima della kermesse torinese, e che a imporre in un certo senso la conta è stato lo stesso Renzi, quando nell'ultima riunione di Direzione ha invitato deputati, senatori e dirigenti a convergere invece su Torino. Ma c'è anche chi, tra i maligni, insinua che il premier fosse ben contento di una coincidenza che lo liberava da ingombranti presenze sul suo palco e che dava l'immagine plastica della rupture: di qua gli innovatori, di là la vecchia guardia rossa, con i Bersani e i D'Alema, gli Epifani e i Fassina, che «gufa». Sul perché D'Alema torni sul piede di guerra, dopo mesi di fair play con Renzi, più di un dirigente Pd ha la sua opinione. «Vuole che Matteo lo nomini in Europa, ma non si fida per niente. E quindi alza la voce, per poter trattare da una posizione di forza», spiegano dalla minoranza.

L'orizzonte di tutto il partito, sia pur con diverso spirito e divergenti obiettivi, è fissato al 25 maggio. Se il Pd scavallerà gloriosamente, come per ora dicono i sondaggi, la quota 30%, «non ce ne sarà per nessuno», come chiosa un cuperliano, la leadership di Renzi diventerà inattaccabile e le elezioni politiche per darle il definitivo bagno di legittimazione potrebbero avvicinarsi molto. Se invece il risultato elettorale si rivelasse claudicante e risicato, i malumori che ribollono tra gli ex Ds cui il fiorentino ha soffiato il partito tracimeranno. Già Bersani e D'Alema hanno fissato la griglia delle questioni su cui provare a far inciampare Renzi: la legge elettorale e la gestione della «Ditta», che secondo l'ex premier «si sta spegnendo e impoverendo». Gli replica sferzante il segretario del Pd umbro Giacomo Leonelli: «Beh, voi ce lo avete lasciato al 25%. Dopo le Europee vedremo se con Renzi ci siamo impoveriti o no». Niente barricate invece sulla riforma del Senato, odiata dai «Professoroni» alla Zagrebelsky allegramente liquidati dal premier, perché anche la minoranza Pd si rende conto che sarebbe un boomerang sul proprio cranio: «Non dobbiamo dare l'idea che siamo contro le riforme, se mai che vogliamo farne di più e meglio», avverte D'Alema. Anche l'iter sarà meno spedito di quanto vorrebbe il premier: domani inizia la discussione generale in Commissione; la presidente Finocchiaro, su richiesta anche di senatori Pd, intende mettere in calendario diverse audizioni; i grillini sono intenzionati a fare ostruzionismo iscrivendosi tutti a parlare. «Credo che entro le Europee si farà a malapena la prima lettura in Commissione, non in aula», prevede Russo. Quanto all'Italicum, la minoranza Pd spera di smontarlo pezzo a pezzo, confidando anche su un risultato negativo per Forza Italia, che toglierebbe a Renzi l'interlocutore principale della legge elettorale e riaprirebbe i giochi.

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