«Siamo veramente davanti a una ciociara, nella maniera più dispregiativa». Il signor, si fa per dire, Della Bella, capogruppo Pd nel consiglio comunale di Pontedera, non meriterebbe neppure cinquanta righe a piè di pagina. Questa ossessione di insultare Meloni perché odora di popolo è il suicidio della sinistra. Non è aristocrazia. Non è neppure sapienza. È la sindrome dei «pidocchi rifatti». È chiamare un’avversaria politica «borgatara», «pesciarola», «ortolana» «regina di coattonia». Il risultato alla fine è questo: il Pd disprezza le borgate, chi vende pesci e verdure, e chi viene dalla periferia. Giorgia Meloni risponde: «Ciociara? Ne sarei orgogliosa». Il guaio per loro è che neppure se ne rendono conto. È un lapsus, dicono. «Non sappiamo cosa sia la Ciociarìa».
Allora ve lo dico senza retorica. È la provincia originaria. L’archetipo della provincia, perché è la prima provincia di Roma. Da qui venivano gli «homines novi», gente come Caio Mario, Cicerone, Agrippa o Giovenale. Questa provincia ogni tanto mandava qualcuno al centro dell’impero e ne cambiava il destino, lo sguardo. È successo nella filosofia con Tommaso d’Aquino o nella letteratura con lo stralunato Tommaso Landolfi. Non voglio però stare qui a rivendicare il mio orgoglio alvitano e ciociaro o a dirvi che sono nato a Sora come Vittorio De Sica o ricordarvi di Nino Manfredi. Non voglio neppure parlavi del fascino ciociaro di Marcello Mastroianni. Non la finiremmo più. No, adesso voglio raccontarvi di dove tutto è iniziato, di dove comincia l’Europa e l’Occidente, di quella abbazia fondata da Benedetto e Scolastica nel 509 lassù a Montecassino. Pensate a questa data. Il 509 dopo Cristo è 33 anni dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, tre secoli prima di Carlo Magno. È lì che il monachesimo disegna la nostra civiltà. Ecco, noi ciociari siamo la profondità del tempo e voi neppure sapete riconoscerci.
Non potete neppure immaginare la dignità delle donne ciociare. È quella raccontata con il volto di Sofia Loren nel capolavoro di De Sica. È la stessa Cesira del romanzo di Moravia. È questa donna che con la figlia attraversa l’orrore della guerra e non nasconde quello che le hanno fatto e grida in faccia allo schifo della terra il suo dolore e poi si rimbocca le maniche e ricostruisce, a mano a mano, ogni cosa. Così, senza vergogna, chiamando la realtà con il proprio nome. Noi ciociari abbiamo il vizio di tanto in tanto di immaginare il futuro, partendo da lontano, e poi di andarcelo a prendere.
