Licenziare un collaboratore co.co.co o a partita Iva senza giusta causa e senza preavviso è di sinistra, invocare un cavillo davanti al giudice del lavoro per non pagare di tasca propria un maxi risarcimento da 300mila euro pure. È una Ilaria Salis elegante quella che poco dopo le 9 arriva accompagnata da uno stuolo di legali e collaboratori. Un’immagine diametralmente opposta a quella di poche ore prima, quando l’europarlamentare Avs condannata per aver ingiustamente cacciato due collaboratori era al centro sociale Lambretta di Milano con tanto di effigie titina e bandiere proPal. Chiamatela doppiezza togliattiana, o semplicemente strategia processuale.
Davanti alla corte presieduta dal giudice Silvia Marina Ravazzoni - che deciderà oggi, via Pec - c’è un cavillo che dovrebbe cancellare la sentenza di primo grado che diversamente la costringerebbe a pagare tutti gli stipendi da qui al 2029 ai suoi ex assistenti Valentina Dadda e François Gelmetti. «La notifica di irreperibilità presso il suo indirizzo di via Lomellina è nulla, c’è stato un solo tentativo dell’ufficiale giudiziario, a fronte di una residenza nota e un indirizzo Pec conosciuto, si poteva notificare la causa di lavoro anche al Parlamento Ue», è il parere dei legali, che mostrano le carte del dossier presentato a giugno in cui ci sarebbero le prove che la parte avversa abbia a loro dire «giocato sporco», impedendo alla difesa di imbastire le sue contromosse.
«Indipendentemente dalla sussistenza di una giusta causa - è stato il cuore della discussione a porte chiuse - la notifica di un atto giuridico deve raggiungere il destinatario in modo che possa conoscere il procedimento», invece la Salis dice di averlo scoperto solo lo scorso marzo con il verdetto che l’ha condannata in solido a pagare i due ex assistenti di tasca sua. Versione a cui non è escluso il giudice darà ragione, riportando il giudizio in primo grado e annullando la sentenza.
Ma la politica cammina sulle parole e sulle azioni, non è una corsa di cavilli. Se licenziamento ingiusto c’è stato secondo i giudici di primo grado, contumacia o meno, come si concilia questo comportamento da «padroni» con la militanza, le idee anarchiche giustamente propagandate, l’idea degli espropri proletari o il sostegno a Gaza? Alla fine dell’udienza dopo una mezzoretta la Salis non ha voluto rispondere nel merito («Attendiamo con serenità la decisione», sussurra prima di salire su una macchina bordeaux), una volta scappata sono i suoi giuslavoristi a immolarsi davanti alla selva di microfoni, non senza qualche nervosismo quando Il Giornale chiede perché la Salis non ha denunciato in procura le presunte minacce ricevute, come sarebbe stato logico attendersi vista la gravità delle accuse ipotizzate anche nella memoria: «Non è questo il senso della giornata di oggi, parli col suo penalista, il reato di minaccia non esiste, doveva discuterne col partito» le patetiche repliche. In realtà la denuncia nei confronti dei due, che gestiscono un B&b nel palazzo di famiglia di Valentina Dadda sul Canal Grande a Venezia, potrebbe partire a breve.
Nel ricorso di oltre cento pagine si contesta la sproporzione tra la condanna e la dichiarazione dei redditi per il 2023 e il 2024 (poco più di 10mila euro in due anni) e si invoca «il gravissimo pregiudizio personale, istituzionale e reputazionale». Parole che mal si sposano con una parlamentare europea barricadera accusata di aver aggredito a martellate alcuni neofascisti in Ungheria, con un passato da «okkupante» di case sfitte. Che oggi si aggrappa alle stessi leggi che non ha rispettato.
