Odio e paralisi: queste Camere sono da buttare

La Camera sempre più estremista, il Senato anestetizzato dagli alfaniani

Un paio di volte anche io ho provato, se non paura, un profondo fastidio ansioso. Gli ex parlamentari come me godono del privilegio a vita di frequentare Camera e Senato per prendere un caffè e fare quattro chiacchiere. Nel passato era un piacere. Oggi si ha l'impressione che nel Transatlantico o nel Salone Garibaldi di Palazzo Madama sia stata installata una fermata della metropolitana da cui scende una nuova gente torva che mostra sguardi d'odio.
Vedi ciò che prima non avevi mai visto: gente che si rifiuta di rivolgerti la parola o di rispondere a un saluto, gente che si spia, che sussurra in codice, che si nasconde dietro le porte. Sembra un set cinematografico di Dario Argento. Con quale risultato finale? La paralisi. Il Parlamento non legifera più se non a comando e a cottimo, poi subito si inceppa.
La Camera, più che il Senato, è lo specchio del disastro: quasi duecento deputati dichiarati illegittimi dalla Corte Costituzionale, quelli del Pd non eletti da alcuno, si dedicano a laboriosi capannelli, mentre al Senato il gruppo di Alfano ha creato un'area anestetizzata, soporifera, dove tutto si rallenta come alla moviola. E poi si ferma. Il muro del sonno paralizza le leggi come una mosca tsè-tsè, produce intercapedini insonorizzate e l'unica politica che sembra produrre è quella del bastone fra le ruote, zucchero nella benzina.
Alla Camera intanto il decreto legge sul lavoro è passato con un centinaio di voti (tecnicamente illegittimi) ma fra schiamazzi, braccia incatenate dei grillini che inalberavano cartelli con la scritta «Schiavi moderni». Per carità, i cartelli ad uso televisivo ci sono sempre stati. E anche qualche trovata teatrale storica, dal cappio alla mortadella. Ma in questa legislatura il teatro prevale sulla politica e la politica crepa come la capra sotto la panca. Ed ecco che lo stesso Renzi, questo futurista dal dinamismo frenetico, gira anche lui a vuoto.
C'è in ballo la riforma numero uno, quella che doveva essere approvata a febbraio, poi a marzo, poi ad aprile, poi chissà, e che è bloccata nel porto delle nebbie del Senato, dove non fa un passo avanti. Del resto, è buona regola non chiedere ai tacchini di festeggiare il pranzo di Natale, vecchia storia. Come se non bastasse il Pd, che dal punto di vista democratico soffre di un grave deficit, dà spazio alle liti da cortile interne di cui si vanta come se si trattasse delle preziose gemme del «dibbbattito democratico». In realtà si tratta di scosse sismiche cicliche provocate dalla latente rivolta interna di Pippo Civati e di Cuperlo i quali (non senza ragione) combattono la loro guerra contro l'homo novus accusato di aver conquistato il Palazzo (Chigi) d'Inverno con una serie di spregiudicati colpi di mano.
Intanto sono molti i deputati che si lamentano di essere vittime di un mobbing fatto di minacce fisiche, occhiate minacciose e insulti velati. Questo nuovo stile è stato introdotto da una parte del movimento Cinque stelle e riflette lo spirito della piazza e l'apologia dei Forconi, che dovrebbero precedere le vere e proprie forche. Il mantra più diffuso nelle auliche stanze è «il popolo sta per ribellarsi, finirete tutti impiccati». Il risultato globale dal punto di vista del servizio che il Parlamento dovrebbe rendere alla democrazia è che la legislatura è ibernata e le strombazzate riforme sono spiaggiate come cetacei mentre l'aria si fa irrespirabile.
Domanda: che ce ne facciamo di un tale Parlamento? Nessuno sa rispondere, o meglio tutti sanno rispondere ma manca l'alternativa. L'ideale sarebbe rimandarlo a casa. Ma non si può perché manca la legge elettorale, dal momento che la Consulta – la «terza Camera» non eletta –, in preda ad un attacco di generosità, ci ha anche regalato la sua legge elettorale, buona per l'inceneritore. E così non si può votare. L'ultimo governo uscito da un voto regolare è stato quello che ha prodotto l'ultimo governo Berlusconi dopo le elezioni del 2008. Da allora abbiamo una Costituzione fantasma, amministrata da un Presidente in prorogatio il quale, dopo averle provate tutte, si affida a Matteo Renzi, che una ne pensa e cento ne fa.
Matteo Renzi, in questa situazione, rischia di lasciarci la pelle: si è costruito da solo la tagliola dello scadenzario e adesso scopre che era un libro dei sogni. Con chi pensava di avere a che fare? Non certo con i membri delle attuali Camere, dove i cani sciolti della sinistra sono a caccia di identità, visibilità, pubblicità, come i trentasette deputati e i sette senatori di Nichi Vendola assediano con ogni arma subdola la stenta maggioranza renziana in Parlamento. Più che nel caos, siamo nel pantano, che è meno nobile di una feconda palude. La Camera e il Senato sono ormai luoghi sinistri minacciati dalla paralisi. Sembra di vedere un altoforno che sta per grippare.
Dunque, niente elezioni, per mancanza di una nuova legge che non si può fare se manca un accordo sul Senato che ricalcitra all'idea di essere trasformato in una bocciofila della conferenza Stato-Regioni. Si potrebbe forse ricorrere all'esorcismo o al voodoo, ma è roba che raramente funziona.

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