Gli operai in fila: «Ma ho paura a dire per cosa ho votato»

Pomigliano d’ArcoLa lunga corsia è invasa fin dalle 8 da operai e impiegati dello stabilimento Fiat «Giambattista Vico di Pomigliano» d’Arco. È il giorno della verità per i circa 5.200 dipendenti dell’ultima grande fabbrica rimasta in Campania. In ballo ci sono 15mila posti di lavoro, tra dipendenti diretti, indotto e fornitori. Il tormentone: Panda sì, Panda no; occupazione sì, disoccupazione no sta per finire. Lungo la «corsia servizi 1» sono centinaia i lavoratori che attendono di votare nell’ex sala paghe della fabbrica, dove sono state allestite le 10 urne, dentro le quali vanno depositate le schede, mentre in tre diversi reparti dell’impianto capisquadra e sindacalisti stanno tenendo assemblee con i lavoratori.
I volti di chi si mette in fila nel grande seggio sono tesi. Qualcuno, come Concetta, 29 anni, operaia nella verniciatura ammette di «non avere dormito neppure 3 ore la notte appena trascorsa». Mille dubbi e preoccupazioni affollano la mente di tutti, giovani e anziani. «Sarà alta l’affluenza? Vinceranno i sì; ma con quale scarto?», si chiede cupo Marco, 44 anni, moglie e tre figli, un quarto in arrivo.
I numeri sono un’ossessione da giorni per quadri, impiegati e operai. Anzi, a dire il vero, nella testa di ogni dipendente c’è un solo numero, a due cifre, dal duplice significato. Il 90. «È la percentuale da raggiungere a tutti i costi per essere sicuri che Sergio Marchionne confermi di puntare su Pomigliano e investa i 700 milioni promessi», spiega Antonietta, 33 anni, ramo qualità. Ma, secondo la cabala napoletana, 90 significa anche «paura» che, in questo caso, si trasforma in terrore di non riuscire a mantenere il posto di lavoro che «la Panda garantirebbe a tutti, almeno per i prossimi 10 e più anni», sostiene Renato, 45anni, operai nella «lastratura». La tensione nel seggio sale di colpo quando due tute bianche si accingono a prendere le rispettive schede, manifestando a voce alta i loro timori. «È finita la pacchia», grida uno dei due, sottintendendo la sua sfiducia nell’esito finale della consultazione e sulla possibilità che la Fiat decida di abbandonare Pomigliano al suo destino. Nessuno se la sente di commentare, ma dai volti si comprende la forte preoccupazione.
Per arrivare all’ingresso 2 della fabbrica, i dipendenti Fiat devono attraversare un vialetto, sui cui lati sono state innalzate una decina di bandiere rosse da parte di Cobas e Usb (Unione sindacale di base). Uno striscione recita perentorio: «Servi del padrone. No al piano Marchionne». In tanti lo osservano e scuotono la testa. L’intento dei promotori è quello di «svegliare le coscienze dei compagni che dormono», commenta ad alta voce uno dei dissidenti.
La tensione sale ancora quando s’incrociano Michele Liberti, delegato provinciale della Fim, sindacato che ha firmato l’intesa con la Fiat, e il capo dei Cobas, Domenico Mignano. «Mi hai rivolto accuse pesanti, inaccettabili», dice Liberti. E Mignano: «Siete dei venduti». Poco distante, all’altezza dei cancelli, cinque militanti del Partito marxista leninista (neppure uno è dipendente Fiat) sono impegnati nel volantinaggio. Chiedono la «nazionalizzazione della Fiat senza indennizzo» e invitano «a proseguire nella lotta».
Non è facile farsi pubblicamente dire dagli operai se hanno votato sì o no. Pochi si pronunciano. In tanti aggirano la risposta: «Non c’è scelta» oppure «Sto dalla parte di chi vuole la Panda». Simona, 29 anni, reparto qualità, invece, non si tira indietro: «Spero vinca il sì e che anche parte dei lavoratori Fiom si schieri con la maggioranza dei dipendenti». E poi c’è Paola, 23 anni, ultima assunta in Fiat, un anno ad agosto: «Non si possono mandare a casa migliaia di famiglie per assecondare l’integralismo di chi vuole il no». Sorridono beffardi Bruno e Salvatore (lastratura): «Abbiamo votato no: sereni, contenti e convinti».

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