Bomba o non bomba, l'esplosione del caso Ranucci e del suo presunto attentato ha finito per ammutolire il campo largo. Dove Elly Schlein e Giuseppe Conte scoprono grazie alla Procura di Roma e ai carabinieri che indagavano a protezione del più famoso reporter d'inchiesta italiano che qualcuno, nel retrobottega, sognava l'Operazione Papa Straniero. Il nome? Proprio il suo: Sigfrido Ranucci, il tribuno senza macchia, l'uomo che vede complotti ovunque tranne che nel salotto di casa sua. Il cortocircuito è sublime: il paladino della giustizia dei deboli passava i pomeriggi con Valter Lavitola, un collezionista di condanne. Immaginate se un giornalista «di regime» avesse preso un caffè con un simile figuro: sarebbe stato crocifisso in piazza, con la sinistra a tirare i chiodi e il Pd a invocare l'esorcismo democratico. Invece qui siamo alla soap thriller. Tra sondaggi segreti che lo vedevano già a Palazzo Chigi e bombe sotto casa, il giallo si fa farsa. Ranucci si dice «sconvolto» che le indagini portino all'amico Lavitola.
Ma un dubbio sorge spontaneo: com'è possibile che il più grande investigatore d'Italia, quello che scova peli nell'uovo dei potenti, non si accorga che il suo commensale sta progettando una «bomba di rappresentanza» sotto il suo naso? Forse, tra un j'accuse e l'altro, a Sigfrido sfugge il dettaglio più grosso: la realtà. Se questo è il sostituto della Schlein, la sinistra non ha bisogno di un leader, ma di un paio di occhiali. O forse di uno specchio.