Roma - La parola usata è socialmente assai più presentabile delle «compravendite» berlusconiane alla Scilipoti: «scouting».
«Se in Parlamento ci saranno i grillini ci sarà da fare scouting, per capire se intendono essere eterodiretti o partecipare senza vincoli di mandato», butta lì Pierluigi Bersani. Se si controlla il dizionario inglese, però, il senso è quello: per scouting si intende la valutazione di un candidato «as for possible hiring», per un'eventuale assunzione. Ecco: visto che i numeri dei sondaggi (vietati agli elettori ma non ai partiti) ballano assai, che il trend grillino è in crescita e quello montiano in calo, e che sulla futura maggioranza, soprattutto al Senato, pesano molte incognite, il Pd si guarda previdente intorno. Immaginando anche scenari diversi da quello più gettonato finora, ossia una maggioranza Pd-Sel più centro montiano. Che ora potrebbe non bastare più. «Mai al governo con Monti, ve lo prometto», si è slanciato ieri Francesco Boccia, prevedendo per Monti un futuro solo istituzionale («Lo vedrei bene a fare il presidente del Senato»).
In un quadro in evoluzione i (molti, si suppone) futuri eletti grillini diventano una preziosa, forse esiziale riserva della Repubblica. Le accuse al leader sono apocalittiche («Grillo ci vuol portare fuori dall'Europa e dalla democrazia») ma la captatio benevolentiae verso i suoi prossimi parlamentari (in gran parte provenienti dalle file della sinistra) è esplicita: «Il M5S è nato in Emilia, li conosciamo bene - dice Bersani - capisco la richiesta di sobrietà della politica e anche la rabbia».
D'altronde, che il Pd punti all'implosione di altri soggetti politici per rafforzare le file della sua futura maggioranza non è un mistero. Alcuni dirigenti lo confidavano già settimane fa, che - per esempio - quelle affermazioni stentoree di Stefano Fassina («Nel caso di ingovernabilità si cambia la legge elettorale e si torna al voto»), tiepidamente smentite da Bersani, non erano casuali: era un avviso ai naviganti. «Davanti al rischio di perdere il seggio per tornare alle urne quanti centristi, ingroiani o persino grillini preferiranno appoggiare il governo Bersani?», era il ragionamento. Ripreso ieri anche dal direttore di Europa Stefano Menichini, in una esegesi del pensiero bersaniano sulle attuali coalizioni avversarie: «Fra una settimana cosa sarà rimasto degli eserciti schierati in battaglia?». È lo stesso Grillo «a mettere le mani avanti, dicendosi sicuro di perdere, una volta in Parlamento, almeno il 10% degli eletti». Insomma, conclude Menichini, «se davvero lunedì avrà vinto Bersani, il problema principale non sarà la stabilità della sua maggioranza, più o meno allargata. Bensì l'impazzimento di tutto il resto del sistema politico».
Quel che è certo, però, è che nel frattempo Bersani vuole evitare il confronto di piazza con Grillo: l'ex comico chiuderà venerdì a Roma nella piazza storica della sinistra, a San Giovanni.
E Bersani, che in un primo momento aveva pensato a piazza Don Bosco, ha rinunciato: il Pd darà vita a una «iniziativa diffusa», in diversi luoghi romani. E lui si limiterà a «incontrare i militanti» al teatro Ambra Jovinelli. Via dalla pazza folla.