«Senza contratto campavano lo stesso», ecco l’articolo 1 del diritto del lavoro secondo Ilaria Salis, alla faccia della Costituzione che la sinistra dice di voler difendere.
Nella vicenda dei due collaboratori non pagati Francois Gelmetti e Valentina Dadda, l’europarlamentare Avs che vuole tassare i ricchi si comporta come i peggiori «padroni» da cui vorrebbe difendere i suoi elettori. Quando è arrivata la condanna a risarcire con 300mila euro i suoi collaboratori, licenziati ingiustamente secondo la magistratura del lavoro di Milano, l’ex 42enne militante dei centri sociali si è lamentata di non aver saputo di essere stata citata in giudizio e quindi di non essersi potuta difendere.
Oggi, alla vigilia del processo d’appello che potrebbe confermare la condanna (che pagherebbe di tasca sua con il pignoramento), la Salis conferma la sua linea: anziché assumere i due con il contratto standard dell’Europarlamento (che norma anche il licenziamento), Gelmetti e Dadda erano inquadrati come liberi professionisti, con i contratti più odiati dalla sinistra: co.co.co e partita Iva, con tanto di clausola capestro che prevedeva l’allontanamento in caso di «mancanza ripetuta per oltre due volte a riunioni di coordinamento». Mancanze a cui si sommerebbero dei tentativi di manipolarla per fini personali. Solo il suo amico Ivan Bonnin, con cui condivideva indebitamente la camera d’albergo - sono vietate relazioni sentimentali con i collaboratori per evitare familismi - era sotto contratto, ma gli altri due collaboratori sono stati comunque considerati dipendenti a tempo determinato» della Salis dal giudice del lavoro milanese Franco Caroleo, proprio secondo i dettami previsti per gli «assistenti locali», che non operano a Strasburgo o Bruxelles ma in Italia, a cui si possono destinare fino al 60 per cento dei 30mila euro mensili a sua disposizione per lo staff, pagati dal Parlamento. Da qui la condanna a 300mila euro, la cifra degli stipendi che i due avrebbero comunque percepito fino a fine contratto nel 2029.
Lei oggi sosterrà che i due l’abbiano ricattata «minacciando di contattare la stampa per rovinare la mia reputazione. Però mi sono assicurata che avessero mezzi di sostentamento», si era giustificata la Salis. I due ex collaboratori gestiscono infatti una struttura turistica con chef privato e concierge al Ca’ Dadda di Venezia vicinissimo al Ponte di Rialto. Secondo la Salis, per chi è ricco i contratti sono carta straccia...
