Quelle gite spericolate dei figli che tolgono il sonno ai genitori

Stavolta è Sant'Anna (di Chioggia) a fare la grazia: proprio nei pressi di questo borgo, al ritorno dalla gita scolastica, l'autista sente puzza di bruciato, in tutti i sensi, e per scrupolo fa scendere i ragazzi dal pullman. Riesce a mettere in salvo pure i bagagli. Poi il mezzo prende fuoco e soltanto l'arrivo dei vigili del fuoco permette di concludere comunque la gita con un lieto fine, solo bei ricordi e una dolce dose di malinconia. Nessuno s'è fatto niente e tante grazie al prudente autista. Stavolta solo un mezzo spavento e nessun danno alle persone. Stavolta. Ma per chiunque faccia il dannato mestiere del genitore la faccenda non può chiudersi tranquillamente così. Tornano martellanti le solite domande: se quell'autista non si fosse fermato subito, prendendosi le giuste precauzioni del buon padre di famiglia? E subito dopo: come stanno messi questi benedetti pullman che portano in giro le nostre creature? Sono veicoli sicuri o sono stremate carcasse messe in strada alla viva il parroco? E quindi, a seguire, perdendoci il sonno: che cosa fanno i nostri ragazzi in gita? Chi li controlla? In questo preciso momento della notte, mentre io sono scosso dall'ansia e da tutte le ipotesi più macabre, lui che cosa sta facendo?
In questi precisi momenti, come le cronache primaverili puntualmente riferiscono, loro cadono dalle navi, passano da una camera all'altra camminando sui cornicioni, giocano al lancio dei coltelli, bevono come spugne, fumano come turchi, sniffano quanto basta. Non tutti, ci capiamo: ma molti, sempre di più, sempre più trasgressivi e svalvolati. A forza di trasgredire, a forza di osare, a forza di inventarla sempre più idiota, presto o tardi una famiglia viene chiamata al telefono da voce spettrale: signora, è successa una disgrazia, suo figlio. Un figlio finito in mare, un figlio caduto dal cornicione, un figlio ucciso nel gioco dei coltelli. Senza contare i figli inerti tra le lamiere dei pullman finiti giù dai viadotti, i figli in coma etilico, i figli in overdose. E la chiamano gita scolastica.
L'incubo di primavera: questa, ormai, è la vera natura della simpatica scampagnata. È l'incubo dei genitori, bombardati da disgrazie di varia natura, sempre più imprevedibili, sempre più inverosimili. Ma è anche l'incubo dei professori, che difatti rinunciano in massa all'accompagnamento, perché un conto è andare a vedere gli affreschi di Giotto, un altro è affrontare una spedizione da marò, in una jungla incontrollabile, con mille imboscate dietro ogni angolo, tra l'altro senza guadagnarci niente, se non la fondata eventualità di risponderne in proprio.
Eppure, mentre gli adulti si gustano l'ansia goccia a goccia, pare che loro si divertano un mondo. Anche i ragazzi in gita sono divisi da bipolarismo netto: chi ci va per conoscere e socializzare, chi ci va per sballare e sbiellare. Chi ci va sognando la Cappella degli Scrovegni o lo spek di Dobbiaco, chi ci va sognando il coca-party o l'assalto notturno alla camera delle ragazze.
È pensabile di impedire che la provocazione, la trasgressione, la semplice goliardata degenerino in un prematuro funerale? Certo esiste la possibilità della prevenzione totale: è la prevenzione adottata già da molte scuole, semplicemente la cancellazione delle gite. Ma in questo caso, noi genitori dobbiamo riconoscerlo, si mortifica brutalmente l'idea romantica e molto saggia di offrire agli studenti un momento particolare per stare tra loro, in relativa autonomia, per approfondire temi e opportunità complementari alla formazione scolastica. Certo nessuno si sognerebbe più di giustificare la gita come impareggiabile opportunità per conoscere il mondo: forse era così nel Novecento, oggi come oggi i ragazzi di sedici anni hanno già visto mediamente più mondo di Cristoforo Colombo e di Amundsen messi assieme. Adesso è un'altra cosa, la gita: è più che altro amicizia, relazione, esperienza. Non c'è bisogno di andare alla cascata delle Marmore, oggigiorno: forse c'è davvero bisogno che imparino a parlarsi, a confrontarsi, a conoscersi, a gestirsi, a condividere. Sempre che poi, una volta in gita, non finiscano nuovamente a isolarsi come palombari, dentro il loro scafandro di Facebook. Di questo, forse, noi madri e padri dovremmo preoccuparci sul serio.
Per il ramo sinistri, ci resta ben poco da fare: solo il massimo della cautela nella scelta dei pullman e degli accompagnatori. E soprattutto confidare nel senso di responsabilità della creatura, se gliel'abbiamo regalato. Il resto è nelle mani del destino. Non serve abolire la gita a Praga o nella Valle dei Templi, se poi salgono con l'oratorio sul colle vicino a casa e un'enorme croce benedetta, che sta lì da anni, cade proprio in quel momento, centrandoli in pieno.

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