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Report, servizio bluff sul cantiere e le armi per infangare Fdi

Raccontati fantomatici intrecci di politica, camorra e affari ma il partito non c’entrava e la storia è nel fascicolo che accusa Lavitola

"Ranucci via da Report". Ma lui smentisce: "Falsità"

La verità sulla scopertadelle armi nel cantiere navale smaschera il metodo Report. L’inchiesta che la squadra di Sigfrido Ranucci non ha mai raccontato, tracciando invece una fantomatica storia di presunti legami con la Camorra e interessi opachi di uomini di Fratelli d’Italia nello stabilimento Vittoria di Adria, ora è un tassello di quel fascicolo della Procura di Roma che accusa il faccendiere Valter Lavitola di essere il mandante dell’attentato a Ranucci dell’ottobre scorso. Lo stesso Lavitola che aveva avuto come avvocato proprio l’ad del cantiere, Francesco Maria Tuccillo, colui che tre settimane prima dell’attacco dinamitardo aveva aperto le porte dello stabilimento a Report, incredibilmente nel giorno in cui vengono scoperti, e ripresi dalle telecamere, due mitragliatori che non avrebbero dovuto trovarsi lì.

Perché quelle armi da guerra erano destinati a essere montati su due interceptor costruiti dalla vecchia proprietà dei fratelli Duò per la polizia dell’Oman. Pattugliatori veloci che, come certifica un’ordinanza per l’intensificazione di vigilanza firmata dalla questura di Rovigo e avente come oggetto «12 e 13 febbraio 2025 - Trasporto materiale d’armamento dai Cantieri Navali Vittoria di Adria», erano già stati portati via dallo stabilimento prima che la società in fallimento venisse rilevata dal geologo Roberto Cavazzana, il quale, tra l’altro, aveva avuto rassicurazioni dal Commissario liquidatore che nel cantiere non fossero più presenti armi. Ma quando Tuccillo rivela alle telecamere di Report i fucili, senza neppure informare la proprietà dell’inquietante ritrovamento, la squadra delle inchieste di Ranucci, imbeccata dall’ad che tenta la scalata, traccia una storia dai contorni neri, di traffici di armi, di falsi legami di Cavazzana con la Camorra e di interessi di esponenti di Fratelli d’Italia sul cantiere strategico sottoposto al golden power.

Eppure se Report si fosse affidato a fonti non interessate agli affari e ai documenti ufficiali, avrebbe potuto concentrarsi sulla gestione fallimentare della proprietà precedente e raccontare gli ultimi atti dei fratelli Duò, scoprendo che nonostante l’ordinanza per la vigilanza sul trasporto dei due interceptor con relativi mitragliatori della commessa dell’Oman, il trasferimento non è avvenuto su gomma, ma i pattugliatori, senza collaudo né immatricolazione, erano stati messi nelle acque del Po e pilotati dallo stabilimento di Adria fino alla banchina del Porto di Levante, dove sarebbero rimasti incustoditi. Difficile, dunque, poter minimamente immaginare che fossero già armati. E che i due mitragliatori portati alla luce durante le riprese di Report fossero quelli della commessa dell’Oman lo conferma una relazione del 29 settembre scorso di Alessandro Duò, figlio del penultimo presidente Luigi Duò e destinatario finale dei Browning M2, come dimostra il suo nome sulle casse. Non solo. Alessandro è anche il destinatario di una telefonata ricevuta il giorno del ritrovamento non da Cavazzana, lasciato all’oscuro della situazione, ma dall’ex presidente Paolo Duò, oggi indagato per truffa aggravata all’Ue per 4 milioni di finanziamenti ottenuti durante la pandemia.

Il responsabile della commessa aveva a sua volta avvisato il direttore generale Valentina Cristanini, fidanzata di Tuccillo con il quale, quattro mesi prima di entrare in tandem nei ruoli apicali del cantiere, aveva organizzato la presentazione del libro di Ranucci a Verona. Alessandro Duò, in quella relazione, ha messo nero su bianco come a partire dal maggio 2024 aveva chiesto al magazzino di stilare una lista con i materiali presenti della commessa dell’Oman e che «non risultavano menzionate le due casse contenenti le mitragliatrici». Qualcuno, insomma, aveva fatto sparire le armi per farle apparire a favor di telecamere come un’illegalità della nuova gestione. Ecco l’inchiesta che Report non ha fatto.

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