Non è sconvolgente, è «molto italiano». Il fango gettato contro Il Giornale, la famiglia Angelucci e il sottosegretario Fazzolari per la vicenda della bomba a Sigfrido Ranucci evapora sotto il sole di una verità imbarazzante: per quanto il conduttore di Report sostenga di essere stato frainteso, le sue parole restano messe nero su bianco e indicano il tentativo di un depistaggio non so se consapevole. È intorno a Valter Lavitola che gira tutta la verità. L'ultima domanda a cui manca risposta è se Ranucci sapesse cosa stava combinando il suo amico. Eppure i giornaloni tacciono e la sinistra finge di non vedere: sempre pronta a erigere tribunali morali, si tura il naso e guarda altrove. È il solito schema: quando la realtà non coincide con il teorema anti-governativo, si preferisce la narrazione al fatto. Noi confermiamo ogni riga: attaccare la testata fondata da Montanelli è un esercizio di stile fallimentare. Se Ranucci decide di trasformare il giornalismo in militanza politica, accetti i rischi senza travestirsi da bersaglio dello Stato. Lo stesso ribaltamento logico lo subisce il gioielliere Roggero. Mentre la sinistra coccola il criminale, noi stiamo con la vittima. Non con una rivolta di piazza, ma con una battaglia di diritto. Chiediamo la grazia per Roggero nel pieno solco dell'ordine costituzionale. Ha ragione il presidente Mattarella a pretendere il rispetto delle prassi: la giustizia non può diventare un regolamento di conti politico, come tentato con il caso Minetti.
Il Colle ha dimostrato che la democrazia solida si vede dalla tenuta delle procedure, non dagli strilli dei giustizialisti. Liberare Roggero non è un capriccio, ma un atto di giustizia verso chi è diventato delinquente per sfinimento, in un Paese che troppo spesso scambia il carnefice con l'eroe.
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