La Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna inflitta in primo grado a Riccardo Bossi, figlio del fondatore della Lega Umberto Bossi, morto lo scorso marzo, per maltrattamenti nei confronti della madre. A giugno del 2025 il Tribunale di Varese lo aveva condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per fatti che sarebbero avvenuti nel 2016. La Procura generale di Milano aveva chiesto la conferma della sentenza, richiesta che è stata accolta dalla prima sezione della Corte d’Appello, presieduta dal giudice Alessandro Santangelo. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Federico Magnante, ha annunciato l’intenzione di fare ricorso in Cassazione contro la decisione dei giudici di secondo grado.
La condanna per maltrattamenti
La vicenda riguarda presunti episodi di maltrattamenti avvenuti nel 2016, quando il figlio del Senatùr, all’epoca 35enne, era tornato a vivere con la madre, in provincia di Varese. Come ricostruito dai giudici, la convivenza forzata si era rivelata problematica e, al termine di un lungo periodo di tensioni, la donna aveva deciso di denunciare il figlio per lesioni e maltrattamenti. Successivamente la querela relativa alle presunte lesioni era stata ritirata. Ad ogni modo, il procedimento giudiziario è andato avanti per l’accusa più grave di maltrattamenti in famiglia, un reato procedibile d’ufficio.
Respinto il ricorso in Cassazione
Secondo quanto apprende l’Ansa da fonti giudiziarie, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Riccardo Bossi contro la condanna a due anni e sei mesi di reclusione per aver percepito indebitamente il reddito di cittadinanza. Secondo quanto emerso durante il processo, tra il 2020 e il 2023, il figlio del Senatùr aveva ricevuto circa 280 euro al mese per 43 mensilità, per un totale superiore a 12 mila euro.
Sia i giudici di primo grado che d’appello hanno ritenuto che la richiesta di sussidio non soddisfacesse i requisiti richiesti dalla legge per ottenere il beneficio, condannando l’imputato. Inoltre Riccardo Bossi dovrà risarcire l’Inps, rappresentata dall’avvocato Aldo Tagliente, con una somma pari a 15 mila euro. La decisione della Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria.