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Ritorno in Val di Susa. Dall’ambientalismo spinto alla guerriglia organizzata

Viaggio tra i monti dove la ferrovia è solo pretesto delle rivolte. Esposito: “Mai nessuna lagnanza per il Fréjus”. Ora è la palestra dei tifosi del caos

I danni al cantiere Tav di Chiomonte, attaccato sabato scorso dagli antagonisti dell'ala più oltranzista della marcia No Tav, Torino, 27 luglio 2026. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Damage to the Tav construction site in Chiomonte, which was attacked last Saturday by protesters from the most radical faction of the No Tav march, Turin, 27 July 2026. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

nostro inviato a Bussoleno (To)

Bussoleno sembra l’inizio di una favola che giorno dopo giorno si è smarrita. Qui la valle comincia a stringersi e le montagne sembrano più vicine. L’ironia è che la sua storia è legata a un nodo ferroviario, la linea si biforca, un ramo verso il Fréjus e Bardonecchia, l’altro verso Susa. Un paese di binari e ferrovieri, che non arriva a seimila abitanti, che diventa capitale di un movimento contro l’alta velocità. Adesso gran parte di loro ha fatto pace con la ferrovia. Adesso Bussoleno è la retrovia da cui si sale, il campo base. Qui si mangia prima della rivolta. L’osteria popolare La credenza di martedì purtroppo è chiusa. È capitalismo medievale. Il locale era un tempo di Nicoletta Dosio, la professoressa ottantenne che ha fondato Lotta popolare, tanto che ancora adesso davanti alla sua casa dove sta scontando i domiciliari sventolano tre bandiere: No Tav, Che Guevara e Palestina. Solo che in via Walter Fontan le sue bandiere non rappresentano più la Val di Susa.Stefano Esposito la metamorfosi la racconta da vent’anni. Ne ha percepito le ambiguità fin dall’inizio. Si è occupato della Torino-Lione, dal 2001. È stato deputato e senatore. Era il piddino che non piaceva ai No Tav e questo lo ha pagato.

Una condanna per diffamazione e le molotov sul pianerottolo da parte dei No Tav e un’inchiesta balorda che lo ha tenuto sette anni sotto accusa prima dell’archiviazione. L’importante era farlo fuori dalla politica. Ora ti dice, in una mattina di fine luglio, che questa valle è diventata un laboratorio. Qui dei treni non frega più nulla a nessuno, ma ci si addestra per combattere contro un modello di civiltà, quello che si basa sulla libertà e la democrazia.

Askatasuna qui chiama a raccolta gli antisistema di tutt’Europa, e alcuni li hanno fermati nei giorni scorsi, per allenarsi in vista di un futuro più o meno lontano, quando il caos aprirà varchi per qualcosa di imponderabile. È un promessa, un «saremo pronti». Qualcosa è negli atti, nelle carte, e non da ieri.In una relazione della Digos del 2022, nell’inchiesta su Askatasuna, si legge che gli antagonisti usano tecniche di guerriglia mutuate anche da altri territori di conflitto bellico, e il documento fa il nome del Kurdistan, adattate al particolare contesto boschivo. Sabato, a Chiomonte, quel repertorio ha prodotto oltre centoventi agenti feriti, un milione di euro di danni al solo cantiere, camionette in fiamme, tremilatrecento identificati e quattro fermati stranieri riconducibili al Blocco Nero. Qualcuno teme che sia solo l’inizio. Esposito aggiunge un paradosso che vale più di molte analisi: gli ambientalisti non hanno mai protestato per il tunnel del Fréjus, solo per l’alta velocità. Preferiscono i tir ai treni. Maurizio Marrone, vice presidente della regione Piemonte, fa notare che gli scontri avvenuti con l’apertura della decima edizione del Festival dell’alta felicità mostrano un messaggio al Pd in vista delle elezioni: è arrivato il momento di dire da che parte state. Il livello dello scontro si sta alzando.

Antonio Ferrentino cammina per Bussoleno come si cammina in casa propria, e parla della valle al passato prossimo. Ha guidato il movimento No Tav fino al 2005, gli anni in cui scendevano in trentamila e nessuno aveva bisogno di travisarsi. Il suo orgoglio ha una data e un luogo: Pra Catinat, il tavolo dove il progetto originale venne cambiato, dove la protesta si fece competenza tecnica e costrinse lo Stato a rifare i conti. «Quella, dice, era la lotta: si studiava, si trattava, si otteneva, e alla fine il tracciato cambiò davvero. Il movimento aveva un dentro e un fuori, isolava i propri violenti, non li faceva sfilare in testa. E i sindaci si mettevano con la fascia tricolore tra i manifestanti e i celerini, un corpo di mezzo, uno scudo di legittimità». Poi Ferentino fa la cosa che nessuno si aspetta da un leader storico No Tav: si schiera con gli agenti. «Non è facile difendere i cantieri qui, dice. Non è come in città, non è Bologna. Qui ti arrivano da tutti i sentieri, alle spalle, con armi da guerra vera, e con regole di ingaggio che ti rendono inerme. Qui gli agenti sono carne da macello». Lo dice camminando e in questa frase c’è il bilancio di vent’anni: l’uomo che ha combattuto lo Stato in questa valle adesso si preoccupa per i ragazzi in divisa che ci vengono mandati.

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