Nei venerdì del governo Meloni si sciopera e si va in piazza. O anche si sciopera e basta, senza andare in piazza. Non staremo qui ad ammorbarvi con numeri e percentuali sulle serrate targate Cgil (o affini) a ridosso del fine settimana. Li abbiamo scritti e riscritti già sin troppe volte, e probabilmente ci toccherà farlo di nuovo a breve. Sta di fatto che quello che era un andazzo piuttosto consolidato, con frequenze alterne a seconda di chi sedesse al governo, è diventato un appuntamento fisso da quando la leader di Fratelli d'Italia è approdata a Palazzo Chigi e Maurizio Landini (nella foto) ha deciso di usare lo sciopero come forma di protesta non tanto per difendere i diritti dei lavoratori, quanto piuttosto come clava contro l'esecutivo. Con un solo, ovvio risultato: che per l'esecutivo i venerdì di Mister Cgil sono diventati una sorta di callo, fastidioso ma politicamente ininfluente, mentre per gli italiani si sono tragicamente trasformati in una tassa da pagare con puntualità snervante.
Ora succede che al fianco dei sindacalisti del fine settimana lungo è sceso in campo anche il Tar. Ieri, infatti, i giudici amministrativi del Lazio hanno definito illegittimo il provvedimento con cui il ministero dei Trasporti aveva imposto la precettazione e la riduzione (a da otto a quattro ore) dello sciopero nazionale dei servizi pubblici che era stato indetto il 17 novembre 2023. Motivi tecnici, spiegano. Ma che l'intento di Matteo Salvini fosse non di mettere in dubbio un diritto costituzionale, semmai di frenare un abuso che già allora aveva iniziato a colpire e danneggiare milioni di italiani (dai pendolari ai commercianti, passando per altre svariate categorie di lavoratori), ci sembrava piuttosto ovvio. Evidentemente non lo è per il Tar del Lazio, nemmeno a fronte del fatto che da lì a un anno Landini avrebbe poi invitato la piazza a «una vera rivolta sociale». E non lo è nemmeno per una certa sinistra che ora gongola e, non paga delle continue proteste di piazza, invoca la precettazione di Salvini. «Chi neutralizza Salvini dai danni che fa al Paese?», chiede.
Una provocazione, si spera. Perché di ministri neutralizzati (per via giudiziaria e non), in passato ne abbiamo visti sin troppi. Mentre il conto dei danni fatti da certi leader sindacali, beh quello lo abbiamo sempre pagato noi italiani.