Si chiama Fuga dal processo, il docufilm è ispirato alla vita e alle opere di Ilaria Salis santa patrona delle case altrui ed è proiettato nei peggiori cinema di Budapest, Bruxelles e Milano. Ogni fatto e riferimento, c’è scritto a inizio proiezione è tratto dalla realtà.
Salis festeggia, sia per l’incasso 16mila euro al mese pagati dai tutti noi che per l’uscita del sequel in cui la Corte d’Appello del Tribunale del Lavoro di Milano ha annullato la sentenza (non il processo, che ricomincia daccapo) secondo cui avrebbe dovuto risarcire con 300mila euro due ex collaboratori. Papà Roberto invece, già candidato con Fare per fermare il declino (hanno fermato lui, sul declino non ci esprimiamo), l’uomo che piuttosto di votare Fratoianni emigrava ma ci risulta ancora tra le ville di Monza e della Sardegna, sui social augura la morte al direttore del Giornale, Tommaso Cerno, e ad altre firme del nostro gruppo editoriale: «Basta sedersi sulla riva del fiume e poi iniziano ad arrivare i cadaveri degli Angelucci’s Boys». L’ultima pensata, pubblicata su X, è stata spernacchiata dagli utenti come le altre, però va detto che stavolta ha fatto meno ridere. Una prece.
Alla figlia, portata in trionfo in Europa dalla Bonelli&Fratoianni, quando è toccato difendersi nei processi e non dai processi non è andata sempre bene. Maggio 2019, Corte d’Appello di Milano: condannata per «invasione di edifici», condotta per la quale sono stati previsti dieci mesi di reclusione (rito abbreviato). L’attivista di estrema sinistra era recidiva. L’invasione è stata accertata dal 29 agosto 2014 fino al 18 agosto 2017. Altra condanna in Appello, 3 luglio 2023: resistenza in concorso a pubblico ufficiale. La decisione si riferisce agli scontri nelle vicinanze del centro sociale Corvaccio, a Milano, dove le forze dell’ordine erano intervenute per sgomberare l’immobile occupato illegalmente. Tre arresti e quattro denunciati, tra cui la Salis. Lei e un’altra donna hanno presentato ricorso in Cassazione ma è stato rigettato: sono state ritenute responsabili «a titolo morale del reato di resistenza a pubblico ufficiale aggravata» perché Salis e la compagna «avevano intonato cori ostili, posizionato per la strada sacchi di spazzatura e bidoni, insultato i poliziotti, lanciato al loro indirizzo l’immondizia con frasi oltraggiose («mangiate!», «giusto nella monnezza potete stare!») rafforzando il proposito criminoso degli autori materiali della resistenza e apportando un proprio personale e significativo contributo. A questa prima condotta», prosegue la motivazione, «ne erano seguite altre, con la realizzazione di diverse barricate che, via via, venivano costituite con l’avanzare delle forze dell’ordine (...) I manifestanti lanciavano oggetti vari verso gli operanti e davano fuoco a spazzatura e cassonetti». Stavolta la condanna è stata di 6 mesi. La macchia sul curriculum è l’assoluzione dall’accusa di danneggiamento e violenza privata per l’assalto a un gazebo della Lega. Torniamo a ieri.
L’europarlamentare, via social, ha cercato di far credere che fosse stata assolta, ma non ci ha creduto nessuno. In una grafica ha scritto: «Condanna annullata. Finalmente giustizia contro un processo senza contraddittorio». Poi ha aggiunto: «Questa sentenza di primo grado pronunciata in assenza di contraddittorio è stata al centro di una vergognosa campagna mediatica, orchestrata dalla solita macchina del fango che prende sistematicamente di mira, anche con metodi sleali, chi si batte a sinistra e non abbassa la testa». Quella che i suoi amici della banda del martello hanno fracassato a dei poveretti in Ungheria: era accusata anche lei, ma è scappata dal processo e poi ha goduto dell’immunità parlamentare. Nel frattempo, ancora sui social, papà Salis continua a occupare la sua giornata (non le case). Faccia una pausa e fermi il declino.
