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Schlein smemorata: sradica l’Ulivo di Prodi

Se Elly rifiuta il centro, la coalizione diventa contronatura

Elly Schlein durante la Direzione Nazionale del PD. Venerdì 2 Ottobre. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse) Elly Schlein during the PD National Executive meeting. Friday, October 2. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)

A volte sia pure in buonafede c’è chi non si rende conto della natura delle alleanze che costruisce. Mi riferisco all’ostinazione con cui Elly Schlein rifiuta l’ipotesi del terzo nome, cioè di un candidato premier di compromesso per il Campo largo. Un atteggiamento diverso e opposto con la filosofia dell’«ostinatamente unitari» che ha perseguito per mettere in piedi la coalizione. La strada seguita, l’unica possibile quando si tenta di unire forze estremamente differenti tra loro, è quella di una somma aritmetica di partiti con identità diverse uniti da un programma. Siamo all’«uno più uno, più uno» che non ha l’ambizione di dar vita ad uno schieramento omogeneo. Anche perché si rivelerebbe impresa impossibile: Conte, Renzi, Ruffini, Fratoianni, Magi sono nel profondo distinti. E sarebbe pure contro-producente se Conte non facesse Conte e Renzi non facesse Renzi: il Campo largo, infatti, avrebbe una capacità di rappresentanza più limitata e perderebbe percentuali di voto che potrebbero assicurargli o costargli la vittoria. Questa diversità, insomma, è un limite e insieme una risorsa. Una verità quasi banale ma di cui i leader del campo largo sembrano non essere consapevoli a differenza di quelli dell’Ulivo e dell’Unione che trasformarono quell’handicap in una ricchezza le uniche due volte che la sinistra si è imposta in questo paese sul piano elettorale: perché in fondo per come nasce il Campo largo è stretto parente dell’Ulivo e dell’Unione. Non riconoscerlo equivale ad un processo di rimozione. Anzi è l’operazione ancora più acrobatica e complessa visto che Bertinotti apparteneva allo stesso ceppo mentre i 5stelle di Conte hanno una storia differente. Proprio per questo se la natura del Campo largo è «aritmetica» - e qui arriviamo alla Schlein - immaginare che il leader di un partito possa imporsi sugli altri è una rischiosa illusione: mettere insieme forze diverse impone una compromesso, altrimenti - primarie o meno - si rischia di perdere per strada quei pezzi di elettorato identitario che non accettano di seguire il leader di un altro partito. Per ricordare il passato: Romano Prodi fu scelto in una mediazione tra partiti prima di essere consacrato dalle primarie del 2005. Tant’è che prese il 75% dei voti e gli furono contrapposte solo candidature di testimonianza come Bertinotti e di Mastella. Il punto è che i leader di allora i vari D’Alema, Veltroni, Castagnetti, Rutelli erano consapevoli della natura del progetto, gli attuali a quanto pare no. Anche il concetto espresso dalla Schlein alla Festa del Foglio, per cui negli ultimi venti anni il centro-sinistra con un «candidato moderato ha sempre perso», è a dir poco stravagante. A parte il fatto che in 35 anni - non in 20 - la sinistra ha vinto solo con un candidato moderato, appunto Prodi, se si dovesse seguire quello schema Conte risulterebbe sicuramente più radicale di lei. E se quella formula fosse vincente Giorgia Meloni dovrebbe lasciare il campo al Generale. La verità è che siamo in una fase in cui gli attori della politica stentano a comprendere la natura delle cose. Altrimenti non si comprende come sia stata approvata una legge elettorale che potrebbe configurare due Parlamenti agli antipodi: uno figlio di un premio spropositato, un altro di un proporzionale puro. O ancora come è concepibile un soggetto di centro nel Campo largo, il movimento di Onorato, stretto parente dei 5stelle e con dentro gli eredi di Craxi accanto all’ex-pm Ingroia. Se non si conosce la natura delle cose fatalmente si va «contro natura».

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