Si apre uno spiraglio: il procuratore chiede servizi sociali blandi

Si apre uno spiraglio: il procuratore chiede servizi sociali blandi

I nterpretare i segnali che si colgono nei palazzi di giustizia è aleatorio come per gli antichi divinare il volo degli uccelli. Anche ieri, la realtà dei fatti smentisce le previsioni: e per Silvio Berlusconi si apre bruscamente uno spiraglio che negli ultimi giorni sembrava chiudersi sempre di più. La procura generale di Milano, la stessa procura che ha chiesto più volte la sua condanna per reati di ogni tipo, spezza all'improvviso una lancia a suo favore: Berlusconi può essere recuperato. Via libera alla richiesta di scontare in affidamento ai servizi sociali la condanna a un anno di carcere per frode fiscale. Se il tribunale farà sua la proposta della Procura, Berlusconi non andrà in carcere, e neanche agli arresti domiciliari.
La decisione finale spetta al tribunale, e non arriverà prima di qualche giorno, forse persino dopo Pasqua: ed in teoria i giudici potrebbero dimostrarsi più severi del procuratore generale Antonio Lamanna. Ma sarebbe davvero un evento eccezionale. Così si può già dipingere uno scenario assai probabile, se non proprio certo: il tribunale accoglie la domanda, e ammette Berlusconi all'affidamento. La pratica passa all'Uepe, l'ufficio che gestirà in concreto il percorso riabilitativo del Cavaliere: un percorso a base di colloqui periodici con un assistente sociale, e di una piccola dose di lavori socialmente utili. Entro dieci giorni dalla sentenza, Berlusconi va negli uffici dell'Uepe e accetta obblighi e divieti.
La svolta si materializza ieri pomeriggio, nell'aula del tribunale di sorveglianza. «Berlusconi Silvio, libero, affidamento in prova ai servizi sociali», compare al numero 9 dell'elenco, in mezzo ad altri cinquantotto italiani e stranieri, piccolo campionario di umanità colpevole e dolente che cerca di liberarsi dalle conseguenze di colpe vere o presunte. Basta guardare i numeri di registro delle pratiche, per avere la certezza che a Berlusconi è stato riservato un trattamento accelerato: la sua istanza viene esaminata insieme a quelle di condannati che attendevano da mesi o da anni prima di lui («io aspettavo da dieci anni», esagera uno). Ma tutte le altre cinquantotto pratiche vengono sbrigate di corsa: sei minuti, massimo dieci minuti ciascuna. Alle due, a ritmi da fabbrica giudiziaria, è già tutto finito. Manca solo Berlusconi, udienza fissata per le 17. Il tribunale decide di anticipare, vengono avvisati Ghedini e Coppi. Alle 16.30 si comincia.
Ed ecco la svolta. Quando prende la parola, il procuratore generale Lamanna (uno in genere non tenero, convinto che nella fase dell'esecuzione ci si occupi più dei diritti del condannato che delle esigenze della giustizia) dà il consenso all'affidamento di Berlusconi ai servizi sociali. Poco o niente, nel convincere Lamanna a dare il via libera, ha contato la memoria difensiva depositata in extremis con cui Berlusconi esprimeva la sua disponibilità a «motivare» gli ospiti di una struttura per disabili e cercava di derubricare a vivacità polemiche le sue frequenti esternazioni contro il partito dei giudici. Lamanna compie soprattutto una analisi tecnica e giuridica della posizione processuale di Berlusconi, analizza la pena da scontare, dà atto che si tratta della prima condanna definitiva. E alla fine dà parere positivo.
Per la difesa a quel punto la strada, che appariva impervia, si fa in discesa. Ghedini e Coppi se ne vanno senza rilasciare dichiarazioni, ma visibilmente sollevati. La partita non è chiusa. Ma l'impressione è che la prospettiva di un Berlusconi chiuso agli arresti domiciliari sia apparsa difficile da gestire anche alla magistratura milanese.

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