«Siamo di fronte a una realtà distopica dove la sinistra non condanna un attacco contro dei manifestanti a un Pride ma, allo stesso tempo, al Pride di Roma non si consente di partecipare con le bandiere israeliane». A dirlo è Tommaso Virgili (foto), ricercatore presso Wbz Berlin Social Science Center ed esperto di Cerif Centro Europeo di Ricerca e informazione sul «Frerismo» (i Fratelli musulmani).
Dottor Virgili, gli islamisti stanno cavalcando questa ubriacatura ideologica e «intersezionale» della sinistra occidentale?
«Sì, decisamente, e viceversa, perché anche un certo tipo di sinistra, non solo politica ma anche accademica, si sta appoggiando sempre di più sull’islamismo. La fratellanza musulmana ha fatto molto in questi anni per raggiungere questo risultato. Si tratta di schizofrenia cognitiva, la sinistra ha lottato contro l’oppressione ecclesiastica e ora difende l’islamofobia».
Si può parlare di islamogauchismo?
«Nell’accezione culturale si intende l’incontro di due mondi che poco hanno in comune e viene portato avanti da certi ambienti culturali della sinistra. Si esprime nel decolonialismo e nel post colonialismo, ci si appoggia all’islam come a un pilastro contro tutto ciò che si odia. Mentre a livello politico c’è il fenomeno del clientelismo: si ricerca un elettorato musulmano sempre più numeroso che rende a livello di voti, si evita di fare riferimento ai diritti delle comunità Lgbtqia+ perchè non sono ben recepiti e si ostentano simboli palestinesi».
É qualcosa che si è visto anche nell’attentato al Pride di Berlino?
«Lì a lasciare sbalorditi sono state le reazioni della sinistra. É assurdo che si sia detto che è stata l’estrema destra la causa scatenante. Si tratta di un abbaglio ideologico. Ciò che è grave è che siamo di fronte a qualcosa che era nell’aria e che si è già visto, soprattutto se si guardano i dati: i musulmani sono sempre stati i più ostili all’omosessualità, in certi sondaggi nei Paesi arabi si arriva addirittura ad approvare la pena di morte».
C’è un problema di adattamento, ma come si comportano i salafiti e i Fratelli Musulmani in questi contesti?
«Entrambi sono gruppi islamisti che vogliono instaurare uno Stato che si rifà alla Sharia, ma la differenza sta nella tattica: il salafita è rigido, non corrompe la forma dell’islam, ha un’interpretazione molto serrata delle fonti. Il fratello musulmano è più scaltro e machiavellico: se il fine è infiltrare la società non è un problema stabilire alleanze tattiche come gruppi Lgbtqia+, femministi, o mandare le proprie donne a lavorare in ambienti non musulmani. Poi ci sono anche dei musulmani che apprezzano i valori liberali».
Ecco per quanto riguarda le donne, la sinistra ha strumentalizzato il velo?
«Viene utilizzato come uno strumento di empowerment della donna, c’è una narrativa di questo tipo portata avanti dalla sinistra. La donna con il velo viene vista come emancipata perché si trova di fronte a una doppia discriminazione: in quanto donna ma anche come non bianca e, quindi, si mette il velo per sfidare questa doppia oppressione».
L’Unione Europa sembra prona a queste battaglie.
«C’è sempre maggiore consapevolezza tra le istituzioni. Si sta alzando la percezione del rischio. Il problema è che non passa il concetto che la fratellanza musulmana non la si trova con un’etichetta, su questo l’Ue è ancora impotente. Bisogna concepire gli islamisti come forze estremiste, perchè sono anche camaleontici».
