La solita scena d'odio del brindisi anti-Cav

La giornata della cacciata del Cav dal Parlamento si rivela la fotocopia di un film già visto con le dimissioni. I 5 stelle stappano lo spumante. E il Popolo viola festeggia per le strade

La solita scena d'odio del brindisi anti-Cav

E siamo sempre lì: da una parte la sinistra che ripete come un mantra che l'infausto ventennio berlusconiano (di cui soltanto nove anni di governo reale) è finito, dall'altra Berlusconi che ribatte come un martello che lui c'è, c'era e ci sarà. Era un Berlusconi stanco ma determinato, non urlante ma raccolto e sofferente, quello che abbiamo visto ieri sera nel gelo di via del Plebiscito a cinquecento metri dall'aula di Palazzo Madama in cui il sorriso beffardo del presidente Grasso guidava la seduta che ha determinato la decadenza non di un senatore, ma del leader riconosciuto del centrodestra italiano e persino sponsor del governo in carica.

La fiera italiana dei luoghi comuni ha ieri rovesciato attraverso gli schermi televisivi il meglio del peggio della sua retorica: tutto si è svolto tuttavia senza grande enfasi, in un clima quasi soffocato, indignato e contenuto. Se si esclude il brindisi di festeggiamento messo in scena dai senatori grillini nell'ufficio della presidenza del gruppo, presente la capogruppo Paola Taverna. La stessa che davanti alle telecamere invece aveva detto: «Non c'è bisogno di brindare né di manifestare in Aula, come forse qualcuno si aspettava facessimo». Su Facebook però qualche M5S posta la foto della festa, col commento «Cin cin, amici!» e il senatore Vincenzo Santangelo in primo piano che sorride e brandisce una bottiglia di spumante.

Berlusconi non ha voluto essere in aula perché ha preferito la compagnia dei figli e dei suoi cari. Inoltre non voleva sentirsi intimare l'uscita dal Senato perché non è un uomo che si faccia mettere alla porta. Tutti coloro che speravano di vederlo recedere con il preteso «passo indietro», o di lato (che non farà mai), hanno avuto la prova che lui non molla. Non finché fiuta intorno a sé un consenso popolare che lo segue, quello sì, da venti anni e che nei momenti di disgrazia si rafforza. L'imprenditore di un tempo è oggi un uomo affetto dalla politica che in definitiva gli ha portato una caterva di disgrazie personali, economiche e giudiziarie. Chiunque l'abbia visto e udito ieri sera su quel palco azzurro subito fuori il suo portone di casa non può avere dubbi sulle sue priorità: la politique d'abord, come diceva il leader dei socialisti Pietro Nenni in esilio a Parigi, la politica prima di tutto, sempre e comunque. Mi tolgono il seggio al Senato? Pazienza: se Renzi e Grillo possono essere leader senza sedere sul velluto rosso, così farò anch'io.

Maglioncino blu scuro a giro collo, giacca senza cappotto in un pomeriggio da orsi polari, triste ma anche determinato, ha lanciato il suo messaggio: la campagna elettorale è aperta, questo governo da oggi ha una base parlamentare magrissima e quando arriverà Renzi alla guida del Pd, la fine è nota. Almeno al settanta per cento. Renzi non vede l'ora di mandare la squadra dei suoi eliminatori a ripulire Palazzo Chigi, qualsiasi cosa ne pensi Napolitano, che ieri era il destinatario di due messaggi: quello di Berlusconi e quello di Renzi.

Il messaggio di Berlusconi era per il Colle, anche se non esplicito (ma ha gridato di voler dare subito battaglia per l'elezione diretta del presidente della Repubblica), perché è stato Napolitano a volere questo governo al posto di nuove elezioni.

È stata quella di ieri dunque davvero una «giornata storica». A noi è sembrata la fotocopia pallida di tante altre giornate analoghe: quella in cui Berlusconi si dimise e folle orgiastico-dionisiache si riversarono per Roma urlando slogan bestiali; o quando Berlusconi è stato condannato il primo agosto scorso.

Fine del ventennio berlusconiano? Oggi come oggi il ventennio potrebbe benissimo diventare un trentennio: nessuno è in grado di dirlo, anche perché nel Parlamento non si vedono leadership alternative, salvo quelle dei già nominati Grillo e Renzi (quest'ultimo, che ho visto ieri l'altro a Roma, furioso con Crozza che lo «rappresenta come il nulla»).

E qui si arriva al solito nodo sul quale destra e sinistra non si capiscono. O meglio: si capiscono, ma la sinistra ogni volta glissa dolcemente guardando da un'altra parte. E la questione è quella della rappresentanza. Se si smettesse di guardare il caso, comunque importante, di Berlusconi come persona e si guardasse il caso dell'elettorato italiano - il dito, la luna in un certo senso - si dovrebbe arrivare alla solita questione che è quella centrale: una fetta notevole dell'elettorato sovrano sceglie il Cavaliere come proprio rappresentante.

Il peso di questa fetta varia secondo umori e secondo le forme di indisciplina anarchica caratteristica dell'elettorato liberal-borghese, che sono invece sconosciute nell'elettorato «etnico» (Emilia, Toscana, Umbria). Questi elettori sono talvolta la maggioranza del Paese, talvolta no, ma sono comunque una parte determinante del popolo italiano. Lo stesso ragionamento si faceva all'epoca del Pci: non si può mettere in un angolo una parte determinante della sovranità popolare.

Cacciare il loro leader dal Parlamento non è un atto giudiziario (la decadenza sarebbe arrivata comunque come effetto della sentenza penale), ma politico. Berlusconi fu deriso quando disse che si considerava «unto» dal mandato popolare, ma dal punto di vista della democrazia liberale aveva ragione. E dunque il rito sommario - perché figlio soltanto della fretta imposta dalle primarie del Pd - di ieri attizza e incendia il conflitto senza risolverlo. Con il risultato di un forte rassodamento dell'elettorato di Forza Italia.

Per chi non aspetta altro che nuove elezioni, è una manna. E Berlusconi le ha invocate. Ma si possono fare le elezioni vincendo la resistenza del Colle? Abbiamo l'impressione che il presidente della Repubblica faccia troppo affidamento su coloro che si illudono di aver chiuso la partita con Berlusconi: quanto è accaduto oggi nell'intero Paese, su entrambi i fronti da un punto di vista politico, più che parlamentare, in applicazione discutibile di leggi e regolamenti, quando arriveremo all'8 dicembre del previsto trionfo di Renzi farà scoccare un fulmine in grado di incenerire quel che resta del governo nato come quello delle larghe intese, ormai ristretto come un consommé.

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