Sono Dudù, per favore lasciatemi in pace

Il barboncino della Pascale assediato da giornalisti e paparazzi

Sono Dudù, per favore lasciatemi in pace

L' altro giorno ho fatto una corsa all'impazzata giù per le scale della casa dove vivo adesso. Che è carina, è nel centro di Roma, ha un bel cancello (ma troppe scale) fuori dal quale si attacca sempre un sacco di gente e un cortile mica male. Certi giorni è pieno di macchine e di persone che vanno e vengono, ma qualche angolino utile me lo lasciano sempre. Tanto non è che io sia uno di quei voluminosi palestrati con il muso piatto e il collare «a spine». Quando serve mi mettono in una borsa (di solito bianca, molto morbida, mi hanno detto che è di cachemire) e io sto a posto anche lì dentro. Ma comunque dicevo, l'altro giorno ho chiesto a quel signore che ha sempre una cuffietta nell'orecchio di aprirmi la porta e di farlo anche con una certa fretta, sono corso di sotto e finalmente ho trovato sollievo contro la ruota di un macchinone color argento. Attimi di intimo godimento interrotti, bruscamente, solo dalla luce violenta che mi hanno sparato negli occhi. «Dudù!» mi sono sentito chiamare da uno sconosciuto che aveva un arnese appeso al collo.

Idem è successo un'altra volta, quando avevo sete e mia mamma Francesca mi ha dato da bere in un bicchierino di carta accovacciandosi a terra accanto a me. Il giorno dopo è andata a comprarmi una ciotola e apriti cielo anche lì, ho sentito dire dopo, a casa. I «miei» parlavano di vignette, di satira, di titoli di giornali, di roba così. Io un giornale, da vicino, l'ho visto solo una volta, mentre aspettavo un aereo con mia mamma e non c'era proprio modo di raggiungere un parchetto. Da quando sono nato, nove mesi fa, io e mia mamma non siamo quasi mai rimasti soli. Subito dopo che io sono nato, lei si è fidanzata con un signore che con me è molto gentile: mi fa stare sui divani, mi fa mangiare ottime pappe, mi accarezza spesso, non mi sgrida quando il signore con la cuffietta nell'orecchio non fa in tempo ad aprirmi la porta e quindi accade l'irreparabile. Ha anche altre belle case, tutte col giardino e mi ospita in ognuna, poi a mia mamma piace, quindi me lo sono fatto piacere anch'io.

E ci sono anche tutti gli altri. Il signore di cui si è innamorata mia mamma deve avere un sacco di amici e a tutti deve aver parlato di me. Perché c'è gente che mi chiama, mi fotografa, cerca di intervistarmi ovunque io vada. L'intervista è quando uno ti chiede delle cose e tu rispondi oppure stai zitto ma fai qualcosa che sembra una risposta. Come quando ho abbaiato a della gente fuori dal cancello della mia casa di Roma in un giorno importante. Così, insomma, sono sempre in compagnia. Tutti mi chiamano, mi vogliono anche se morire che qualcuno si prenda mai la briga di tirare fuori una pallina o uno di quegli ossi di budello che mi piacciono tanto e che a casa non mi danno perché io sono pulito e pettinato come un «embrace» di Arcore e tale devo rimanere. Mentre faccio la pipì, annuso, abbaio o scodinzolo, tutti vorrebbero sapere da me se mi sento solo, cosa ne pensi della decadenza, se mi sia mai capitato di perdere pelo per lo stress, se abbia mai dato la caccia a falchi o a colombe, se mi sia mai permesso di mordere Enrico Letta o di ringhiare a Giorgio Napolitano. Dicono che io sia diventato un simbolo. Pensavo di essere un barboncino...

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