Ansia e speranze. Con un’altalena di sentimenti, il mondo ebraico guarda all’intervento militare in Iran. E alle notizie che arrivano da Teheran.
Massima cautela, le preoccupazioni sono legate a possibili rappresaglie contro Israele, dove si trovano amici, parenti. Legami forti, per la diaspora: religiosi, ideali e spessissimo personali. E con una comprensibile attenzione si guarda ai luoghi sensibili, anche in Italia, tanto che il governo ha disposto il rafforzamento della sicurezza sugli obiettivi sensibili, anche ebraici, oltre che israeliani (a partire dalle ambasciate).
La speranza è che il Medio oriente sia un passaggio decisivo, quello in cui volta pagina, sferrando un colpo decisivo al terrorismo, che in Iran ha la sua centrale. La speranza è che sia rimossa per sempre la minaccia mortale delle forze che hanno armato gli attacchi del 7 ottobre, il peggiore attacco antisemita dopo la Shoah. «Mai come adesso - spiega Davide Romano, direttore del museo della Brigata ebraica - siamo fraternamente vicini al popolo iraniano, che aspira a libertà e democrazia e sogna l’abbattimento di un regime assassino e oppressivo».
«Questa - spiega - idealmente è la continuazione della lotta degli Alleati contro le dittature e le per la democrazia. Idealmente, è un completamento di quella liberazione che ha coinciso con la Seconda guerra mondiale». In questa lettura, l’islamismo fondamentalista è un nuovo totalitarismo. «Dal 1979 che il regime degli ayatollah grida “morte agli Usa”, “morte a Israele”, e arma gruppi terroristici in tutta la regione. Sono una mafia e la sconfitta dei loro capi avrà un valore simbolico. Terroristi e jihadisti capiscono questo linguaggio e capiranno il messaggio».
Le speranze sono condivise.
«Basta con i paragoni con la guerra in Iraq del 2003 - scrive l’intellettuale francese Bernard-Henri Lévy - In Iraq, gli Stati Uniti sostenevano di poter paracadutare la democrazia. In Iran, la libertà è già nelle strade e decine di migliaia di donne e uomini l'hanno difesa a costo della vita e chiedono aiuto. Nessun paragone».
E mentre l’Onu condanna «l’attuale escalation militare in Medio Oriente», Hillel Neuer, direttore dell’ong filo-israeliana «Un Watch», ricorda che il segretario generale Onu Antonio Guterres di recente si è congratulato col regime iraniano, per l’anniversario della rivoluzione islamica, proprio poche settimane dopo che questo regime aveva «massacrato decine di migliaia di iraniani».
Condivise sono anche le ansie. E le misure di sicurezza in questo passaggio drammatico sono rinforzate, in Italia e non solo. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (foto a destra) dopo un confronto con il capo della polizia Vittorio Pisani, ha fatto diramare sul territorio una disposizione urgente per sensibilizzare e rafforzare i dispositivi di sicurezza su obiettivi ritenuti di prioritaria sensibilità, a partire da strutture religiose e centri culturali.