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SOCIAL SPIN

Vittimismo a comando e algoritmo

Senza un’audience adeguata, in primis quella digitale, oggi è praticamente impossibile dettare l’agenda, imporre o ribaltare le euristiche, riempire i teatri con il proprio spettacolo e vendere libri

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Cascasse pure il mondo, ma non per questo la pubblicazione dei post deve rallentare o fermarsi. Pur se fuori c’è la tempesta, the post must go on, giusto per aggiornare un vecchio modo dire caro al mondo dello spettacolo. Anzi, quanto più il crollo è travolgente e ci investe in pieno, tanto più nella società delle piattaforme c’è una convenienza a pubblicare, a far sentire la propria voce, a non smettere alimentare la propria narrazione social. A dispetto di tutto e di tutti, a volte anche del buonsenso.

Perché nulla più di un vittimismo telecomandato è miele per l’algoritmo, è la linea di demarcazione tra un contenuto normale e un hype, che ci fa parlare e accapigliare per giorni. Il vittimismo è il passe-partout per entrare senza invito nel Salone degli Arazzi dell’Audience. Perché, senza un’audience adeguata, in primis quella digitale, oggi è praticamente impossibile dettare l’agenda, imporre o ribaltare le euristiche, riempire i teatri con il proprio spettacolo e vendere libri.

Lo sa bene, anzi l’ha capito fin troppo bene, anche Sigfrido Ranucci che in queste settimane affatto semplici non solo ha continuato imperterrito a pubblicare, ma ha utilizzato strumentalmente ogni singola voce contraria che si è levata dal dibattito pubblico per dar pompare l’audience della vittima sacrificale. L’ha fatto ieri, pubblicando su Facebook il post «La voce che spaventa», in cui implicitamente si auto-colloca nel Pantheon della Verità accanto ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non di meno, nella trincea del vittimismo ci sono i post in cui rilancia la notizia del Comitato Etico della Rai chiamato a valutare la sua condotta e la dichiarazione di Matteo Salvini che ne chiede la sospensione dalla conduzione di Report. È ancora il senso di Sigfrido per il vittimismo che gli fa cominciare il post dell’8 agosto scrivendo: «Dopo circa 300 articoli usciti in due mesi su vari giornali, finalizzati a delegittimare il sottoscritto».

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