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"Intervista col vampiro"? A patto che morda pochino

Le due stagioni di fiction, che fanno rivivere il film di culto e i romanzi della Rice, smussano i canini a colpi di woke

"Intervista col vampiro"? A patto che morda pochino
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Una serie che è diventata subito un oggetto di culto tra i giovanissimi, che spesso le si sono avvicinati senza avere nessun paragone con lo strepitoso film del 1994 o con il romanzo di Anne Rice da cui è tratta. Stiamo ovviamente parlando di Intervista col vampiro, disponibile su Netflix nelle sue prime due stagioni (la terza è in lavorazione). La prima cosa che colpisce è quanto la serie sia confezionata bene e non si limiti ad essere un clone espanso, e dislocato nel tempo, dell'omonimo e famosissimo film con Tom Cruise, Brad Pitt, Antonio Banderas, Christian Slater e una giovanissima Kirsten Dunst.

Era, ovviamente, difficile competere con una simile parata di stelle ma la serie ha giocato bene le sue carte. Scene girate col metronomo, fotografia che sfrutta profondità e ombre, costumi che rendono un clima tra il decadente e il glamour novecentesco, location in cui l'architettura gotica trionfa dando cupezza al secolo appena trascorso dall New Orleans del 1910 alla Parigi della Seconda guerra mondiale.

Anche gli attori fanno la loro parte pur nel confronto coi giganti del film: c'è una chimica evidente tra Louis e Lestat (Sam Reid e Jacob Anderson), una credibilità emotiva insomma. La regia, valorizza i tempi narrativi del romanzo di Anne Rice (da cui discende, come il film) e dei romanzi seguenti: dilata, approfondisce, cesella, si concede quello che il film del '94, costretto alla sintesi, non poteva permettersi. Ma c'è un però: la serie morde poco. Un po' c'è il woke che costringe tutto a darsi una ripulita. I vampiri della Rice (e del film) erano crudeli, ambigui, inquietanti; quelli della serie pensosi ed eleganti.

Però davvero un po' troppo innocui ed addomesticati, pensati per un pubblico giovane (con appena qualche spruzzata di ormoni per non deludere) e con spazio all'omosessualità che nei romanzi della Rice era un sottotraccia,seppur molto marcato. Dei bei pipistrellini (ri)educati insomma.

Ma i vampiri funzionano bene se ci aiutano ad esplorare l'innominabile, se no è solo intrattenimento ben fatto.

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