Intesa, arriva il bond da 1,5 miliardi: febbre da obbligazioni

CAPITALI Elevata liquidità e bassi rendimenti di Bot e Btp alla base del successo dei corporate

Intesa, arriva il bond da 1,5 miliardi:  febbre da obbligazioni

Sale la febbre dei corporate bond: dopo Eni e Fiat è la volta di Intesa Sanpaolo, come anticipato dal Giornale, e di Generali. Collocata ieri l’obbligazione della banca (tecnicamente un cosiddetto «lower tier 2), valore 1,5 miliardi di euro a fronte di ordini che, in meno di due ore, hanno toccato quota 5,6 miliardi. A conferma del successo dell’operazione anche il premio che Intesa pagherà: 155 «punti base» (ovvero l’1,55%) sul tasso di riferimento, contro previsioni iniziali comprese tra 160 e 165 punti. A guidare l’operazione Barclays Capital, Bnp Paribas, Deustsche Bank e Banca Imi.
Anche Unicredit, a quanto risulta al Giornale, sta «valutando tutte le opzioni» per decidere se sbarcare a breve sul mercato dei capitali con un’operazione di finanziamento. Non solo banche ad ogni modo: enorme liquidità disponibile (grazie alle politiche espansive delle banche centrali), rendimenti praticamente nulli dei Titoli di stato e percezione ancora alta del rischio sui mercati azionari creano un mix ideale di fattori per tutte le aziende, i cui corporate bond offrono ora un buon compromesso rischio/rendimento. Sfruttano questa «finestra» Generali, che ha lanciato un’obbligazione a 15 anni per 1,75 miliardi (con richieste per 6 miliardi) ed Enel, che starebbe preparando una campagna di emissioni in euro e sterline, per un totale di 4-5 miliardi di euro.
Torniamo alle banche. Questa nuova luna di miele col mercato sembra far dimenticare che ci sono anche i «Tremondi bond» (Tbond): le banche non hanno ancora sfruttato i prestiti pubblici che il ministro dell’Economia ideò per puntellare il sistema creditizio. Anche se, per ora, stanno ragionando su strumenti (come quello emesso ieri da Intesa), che hanno struttura e finalità diverse dai Tbond.
In ogni caso, al momento solo il Banco Popolare ha concluso l’iter per la richiesta di Tbond. Mentre per Intesa il bond di ieri è un «lower tier 2»: a tutti gli effetti è un debito, a differenza del Tbond che è invece un «core tier 1», quindi «quasi capitale». Un «tier 1» deve essere perpetuo, estinguibile non prima di dieci anni, l’altro ha durata libera. Alla banca un «lower tier 2» costa di meno (il Tbond ha una cedola dell’8,5%), è fiscalmente più vantaggioso, ma dà meno «qualità», se così si può dire, in termini di rafforzamento patrimoniale. «Le banche non vogliono i Tbond perché adesso possono raccogliere fondi direttamente sul mercato a prezzi competitivi con quelli pubblici, cosa impensabile quando i Tbond furono inventati» spiega un esperto. «Con due effetti positivi - prosegue: evitano di portare il governo, con tutti i suoi condizionamenti, nel loro azionariato e lanciano un segnale positivo agli investitori, del tipo siamo in grado di farcela da sole».
Emettere un «lower tier 2» o un Tbond non è ovviamente la stessa cosa. Le banche non stanno quindi emettendo tali strumenti in alternativa ai Tbond in quanto semplicemente non permettono di chiudere, per ora, la questione della «blindatura» del patrimonio. L’impressione è però che stiano tastando il terreno, per capire se alla fine riusciranno a fare a meno dei Tbond. Valutano cioè la risposta del mercato, sperando sia sufficientemente «forte» per concludere di poter uscire dal dissento creditizio degli ultimi anni senza l’aiuto dello stato. Sia Alessandro Profumo sia Corrado Passera hanno fatto capire che l’emissione dei Tbond da parte di Unicredit e Intesa è tutt’altro che scontata. Altre banche come Ubi l’hanno del tutto esclusa. Le prossime settimane saranno fondamentali per un risposta. Se altre operazioni andassero in porto, vedi eventuali cessioni che porterebbero riserve in cassa (se ne parla da tempo per Intesa) i Tbond potrebbero non vedere mai la luce.

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