Israele, sequestrati fondi alla Chiesa poi la retromarcia: è stato un errore

Il giallo del sequestro da parte del ministero delle Finanze: da 16 anni contenzioso sulle tasse. Il ministero degli Esteri: errore tecnico, un malinteso

Israele, sequestrati fondi alla Chiesa 
poi la retromarcia: è stato un errore

Tel Aviv - Il congelamento di fondi appartenenti a una non meglio precisata istituzione cattolica in Israele è stato "frutto di un errore tecnico" e di "un malinteso" ed è stato già revocato. Il ministero degli Esteri israeliano ha subito rassicurato la Santa Sede ridimensionando i timori di un incidente diplomatico con il Vaticano suscitati dalle informazioni sul sequestro riferite nelle scorse ore da fonti ecclesiastiche.

Il sequestro di Israele L’ordine di sequestro era stato notificato all’istituzione destinataria con data 20 maggio scorso, a firma del capo esattore del ministero delle Finanze israeliano Iezekel Abrahamov. Nella lettera, secondo quanto riferito dalla fonte, si fa riferimento all’articolo 7/a della legge sull’imposta sul reddito e si ordina il sequestro "di tutti i fondi che arrivino a codesta istituzione fino al pagamento di tutto il debito". Non sarebbe specificato nel documento di che debito di tratti. Tuttavia l’esattore, contattato da un rappresentante dell’istituzione, avrebbe precisato che con il provvedimento il governo israeliano intende far valere le sue posizioni nei negoziati, aggiungendo che il sequestro potrebbe in futuro essere esteso a tutti i fondi che fanno capo alla chiesa cattolica in Israele.

Sedici anni di negoziati Durano da 16 anni i negoziati tesi a definire i rapporti economica tra Israele e Vaticano che un accordo siglato nel 1993 demandava a successivi negoziati, tuttora in corso. Il cosiddetto Accordo fondamentale demandava infatti a successive intese la regolamentazione dello status delle proprietà e delle attività economiche della chiesa cattolica nella parte di Terra Santa sotto sovranità israeliana. Oltre al possesso di alcuni edifici, tra i quali il Cenacolo dove Gesù tenne l’ultima cena, è oggetto di negoziato anche il trattamento fiscale da applicare all’attività della chiesa cattolica in Israele. In sede di negoziato il Vaticano ha sempre sostenuto che Tel Aviv debba onorare i diritti acquisiti della chiesa su quei territori prima della nascita dello stato di Israele. Israele, da parte sua, si è mostrato finora poco disponibile a fare concessioni di qualunque tipo alle istituzioni ecclesiastiche, in particolare per quanto riguarda il pagamento delle tasse. L’ultimo incontro della commissione bilaterale in sede plenaria si era svolto il 30 aprile scorso, in vista della visita del Papa in Terra Santa dello scorso maggio. Al termine era stato diffuso un comunicato congiunto che riferiva di "significativi progressi". Era stata la prima riunione dopo la formazione dell’attuale governo Netanyahu.

La delegazione israeliana era guidata dal vice ministro degli esteri Denny Ayalon, del partito di Lieberman, il quale aveva dichiarato in quell’occasione che il nuovo governo di Israele "considera la conclusione di questo accordo con la Santa Sede della massima importanza", tanto più alla luce dell’allora imminente visita di Benedetto XVI. Un nuovo incontro della commissione in sede plenaria è stato fissato per il prossimo dicembre, ma dovrebbe essere preceduto da altri contatti.

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