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"Porto le piante a teatro. Vorrei essere un bagolaro"

Al Lirico Gaber domani e sabato lo spettacolo "Lunga vita agli alberi" con Stefano Mancuso

"Porto le piante a teatro. Vorrei essere un bagolaro"
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Risulta innaturale pensarli divisi, eppure se il motivo è buono tendente all'ottimo, anche Aldo, Giovanni & Giacomo si concedono missioni "da single". Sicuramente buono (e tutt'altro che innaturale: anzi decisamente "naturale") è il motivo per cui Giovanni Storti è atteso sul palcoscenico del Teatro Lirico venerdì e sabato con lo spettacolo Lunga vita agli alberi, tappa, per lui casalinga di un tour che registra implacabili sold out su e giù per l'Italia. Giovanni non è da solo, in verità: con l'attore e comico milanese c'è il professor Stefano Mancuso, neuro-scienziato e divulgatore, uomo di sapere e ironia.

Cosa fa, Giovanni, si reinventa guru ambientalista?

"Macché guru, io al massimo sull'argomento sono un guastatore. È il ruolo che mi sono scelto accanto al professor Mancuso. Lui fa lo scienziato che racconta la magia delle piante, io il guitto che non sa una fava".

Per restare nel vegetale, per l'appunto. In cosa consiste "Lunga vita agli alberi"?

"Raccontiamo l'importanza delle piante dalle radici che scavano nel sottosuolo, al fusto che deve adattarsi al clima, soprattutto in questi tempi difficili, fino alla chioma che è la celebrazione della bellezza e dell'armonia delle piante. Ovviamente la lezione sarà particolare: ma non pensate che a fare comicità sugli alberi ci sia solo io: Mancuso le sue gag le fa eccome. E poi c'è il pubblico".

Lo coinvolgerete?

"Sicuramente. In tutte le tappe del tour abbiamo notato con piacere che la gente, stimolata, interviene. E ci sorprende".

Una perfetta dimostrazione di infotainment.

"Ora la chiamano così".

Si dice sempre "se ne stava lì come una pianta": non è il suo caso, essendo un maestro di ironia con la battuta sempre in canna, ma se dovesse essere una pianta, quale sarebbe?

"Devo dire che mi piacerebbe essere un bagolaro, comunemente conosciuto come spaccasassi. Radici forti e grande resistenza, e poi una bella chioma. Scelgo questa pianta soprattutto perché la si potrebbe definire milanese: a Milano ce ne sono moltissime. Sanno resistere all'ambiente metropolitano che non è un granché".

A proposito di Milano, città che certo non abbonda di verde, dove e come nasce il suo rapporto con gli alberi?

"La mia fortuna di bambino milanese è stata andare in vacanza in montagna, sopra Lecco, grazie ai miei nonni. L'estate in montagna per me significava grandi camminate nei boschi, immergendomi nei loro profumi e colori. E poi ci sono i cinque tigli dell'oratorio Sant'Andrea. A giugno mandavano un profumo stupendo che per me significava due cose: la scuola era finita e si giocava a pallone. Quei cinque tigli sono ancora lì, per inebriare altri bambini che, chissà, diventeranno bravi calciatori".

Lei lo è diventato?

"Diciamo che ero bravino: baricentro basso, piedi buoni. Ma il destino mi ha portato a fare altro".

Fuoriclasse lo è diventato comunque, della comicità. E parlando di fuoriclasse: la regia dello spettacolo è di Arturo Brachetti.

"Grandissimo artista, vecchio amico mio,

di Aldo e Giacomo. Ha firmato i nostri spettacoli di maggior successo. Oltre che trasformista pazzesco è uno che sa mettere negli spettacoli magia, poesia e una concretezza che, da un sognatore così, non ti aspetteresti".

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