L’analisi Quell’invito a cambiare rotta che parte da lontano

RomaPochi giorni dopo il caso Boffo e le vicende che hanno evidenziato ancora una volta l’esistenza di cordate e scontri di potere interni al mondo ecclesiale il Papa fa sentire la sua voce. Lo fa con un’omelia che non si fatica a riconoscere come uscita interamente dalla sua penna, con la quale ha voluto tracciare nuovamente l’identikit del vero servo di Cristo, del sacerdote e del vescovo fedele, prudente e buono, nel giorno in cui ha presieduto la seconda consacrazione episcopale del suo pontificato.
Quello di Ratzinger è un discorso che parte da lontano. Da quel famoso Venerdì Santo del 2005, quando, con il Papa Giovanni Paolo II ormai alla fine dei suoi giorni e già rientrato in Vaticano dopo il secondo ricovero al Gemelli e l’operazione di tracheostomia, l’allora cardinale Prefetto della dottrina della fede scrisse le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Cristo. Quanta superbia, quanta autosufficienza».
Pochi giorni dopo Wojtyla si spegneva consumato dal Parkinson e il cardinale Ratzinger diventava il suo successore. «Sporcizia» risuonava come un cenno ai gravi scandali di pedofilia che avevano visto coinvolti sacerdoti. «Superbia» e «autosufficienza» allargavano lo sguardo a stili ecclesiali segnati da potere e carrierismo. A quattro anni di distanza da quelle parole così chiare e così dure vergate dal custode dell’ortodossia cattolica, rimangono ancora straordinariamente attuali.
Non sono mancate le difficoltà, soprattutto nell’ultimo anno: basti pensare alla gestione del caso Williamson, il prelato lefebvriano negazionista sulle camere a gas, le cui dichiarazioni sono state rese pubbliche a ridosso della revoca del decreto di scomunica ai vescovi della Fraternità San Pio X. Lo stesso Pontefice è stato al centro di attacchi e critiche, anche da esponenti di spicco del mondo ecclesiale, per quella decisione dettata dalla volontà di riconciliazione.
Nella lettera inviata ai vescovi cattolici per spiegare le motivazioni della revoca della scomunica, assumendosi tutte le responsabilità che sarebbero dovute ricadere sui suoi collaboratori per la sottovalutazione delle parole di Williamson, Benedetto XVI aveva citato amaramente una frase di San Paolo: «Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri», aggiungendo che «purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata».
L’omelia di ieri si colloca su questa scia e ripropone lo sguardo di Ratzinger sulla Chiesa e sugli uomini di Chiesa che rischiano di snaturarla quando fanno prevalere lotte di potere, cordate, fazioni contrapposte, e che finiscono per trasformarla in un congresso di partito, nel consiglio di amministrazione di una multinazionale o in un talk show.
Le parole di Benedetto XVI sull’identikit del servo di Cristo, che non cerca il dominio e il potere, e che non lavora per se stesso, sono l’ideale continuazione di questo percorso. E pur non contenendo alcun riferimento specifico agli avvenimenti degli ultimi giorni, in qualche modo li comprende e cerca di superarli richiamando tutti, senza alcuna distinzione, a un cambio di rotta.