L’arte della comunicazione: i musei arruolano giornalisti

La nomina di Giovanni Minoli alla presidenza del Castello di Rivoli è un tentativo di chiudere l’epoca delle mostre d’élite e incomprensibili

L’arte della comunicazione: i musei arruolano giornalisti

Cambia il presidente al Castello di Rivoli. Finita l’era di Cesare Annibaldi espressione del colosso industriale automobilistico, tocca a Giovanni Minoli. Nomina a sorpresa e inaspettata quella dell’inventore di programmi culto come Mixer e La storia siamo noi, tra i pochi tentativi riusciti di far passare la cultura sotto forma di divulgazione sul piccolo schermo. Dalla Fiat alla Tv dunque, il principale museo d’arte contemporanea d’Italia prova a cambiare rotta, sulla scia di Fabrizio Del Noce alla Reggia di Venaria e Alain Elkann al Museo Egizio, personalita’ note alla gente comune anche se non esattamente tecnici d’area o critici d’arte.

Basterà per ridare verve e pubblico allo spento e costosissimo Castello immobile nella periferia torinese? C’è innanzitutto da risolvere il nodo del direttore. Diciotto anni di Ida Gianelli, la signora dell’Arte Povera che a Rivoli decideva tutto da sola e ora a Roma arranca al Palaexpo dove Alemanno e Croppi non le consentono di fare il bello e il cattivo tempo, hanno dato prestigio all’istituzione, allontanando però il pubblico vero che gradisce più le mummie egizie e le passeggiate sotto i portici del centro delle incomprensibili installazioni poveriste e concettuali.

Dopo il breve interregno di Carolyn Christov Bakargiev in partenza per la Germania, tocca prendersi la responsabilità di un deciso cambio di rotta. Il Castello di Rivoli, infatti, ha perso la verve degli inizi, ha smarrito l’effetto novità e soprattutto non riesce più a ospitare o produrre mostre epocali e visitatissime come «Post Human» o l’antologica di Keith Haring. La vecchia dimora juvarriana dà l’idea di irreversibile declino e poco importa che nei giorni scorsi si sia inaugurata la mostra di Gianni Colombo, filologicamente corretta ma per soli addetti ai lavori. In genere le rassegne durano quattro-sei mesi per ammortizzare i costi: intanto si potrebbero evitare le tre inaugurazioni con pranzi e cene annesse, anche per dare un segnale di sobrietà e risparmio, dato che la mondanità non è tutto, nella capitale sabauda.

Unico candidato serio alla direzione è per ora Andrea Bellini, pupillo dell’assessore regionale pd Oliva. Altri aspiranti, come Danuel Birnbaum direttore della Biennale di Venezia e Massimiliano Gioni, curatore alla Fondazione Trussardi e al New Museum di New York, sembrano per ora prive di fondamento. Secondo i suoi detrattori Bellini ha vari difetti: è giovane, quindi in teoria potrebbe far saltare il sistema dei parrucconi, la lobby dei curatori principale responsabile del disastro nei nostri musei, eccezionali divulgatori di disinteresse visto che per loro le mostre non devono essere giudicate dal gradimento del pubblico ma dal proprio gusto personale. Il limite più grave di Bellini è di essere il direttore in carica di Artissima, fiera d’arte contemporanea a Torino che si è conquistata credibilità non tanto per la qualità delle gallerie ma per la presa sulla città che in quei giorni di novembre trabocca di eventi.

C’è chi teme insomma che Bellini violi il santuario con il mercato, che si sia compromesso troppo con il soldo perdendo quell’aura da critico noioso e fuori dal mondo, categoria a cui di norma affidano i musei. Basterà dunque l’esperienza nello spettacolo e nella comunicazione di Minoli e (forse) quella nel businness di Bellini per ridare interesse a un museo che sfiora appena le centomila visite all’anno? Su Minoli sono confluiti molti pareri positivi della Torino bene e un consenso politico bipartisan come non accadeva da tempo.

Il rilancio passa dunque da una concezione più ampia e moderna del museo, luogo di eventi, duttile, mobile, vivo. Più simile a un set tv che a una polverosa biblioteca. Certo la collocazione geografica non aiuta il Castello di Rivoli, pressoché irraggiungibile senza macchina, ma restituirgli un po di vivacità è una missione ancora possibile.
Chissà se Minoli ha in mente di togliere l’istituzionalità ingessata imposta dai suoi predecessori, se intende dialogare con altri attori della cultura in città e non coi soliti quattro gatti presenzialisti, svecchiare la struttura, ampliare i servizi (non basta il ristorante «Combal» del cuoco guru Davide Scabin, carissimo per i comuni mortali). Ci vuole dell’altro e soprattutto è necessario che il prossimo direttore sia consapevole che o Rivoli smette di perdere milioni di euro l’anno o tanto vale chiuderlo. Anche nei musei bisogna introdurre il criterio della meritocrazia. La cultura non può essere il giocattolo di una ristretta élite.

L’arte contemporanea deve smettere di rifugiarsi sotto il comodo ombrello di una cultura d’élite troppo avanti e snob per incontrare il consenso di massa. All’estero accade, e qualche volta anche in Italia, che l’arte buchi lo schermo dell’indifferenza, magari affidata a un buon comunicatore che si aiuti, se necessario, con un po’ di polemica. Minoli non ha mai sottovalutato il fenomeno dell’Auditel, lo spieghi dunque al prossimo direttore che si devono portare risultati, altrimenti tutti a casa.