L’editore Bocchino? In edicola coi soldi pubblici

Roma«Se il direttore non rende un buon servizio alla famiglia dell’editore, se gli interessi di Berlusconi e di Feltri sono così divergenti, forse sarebbe bene che Berlusconi rinunciasse a Feltri». Il vicepresidente vicario dei deputati del Pdl, Italo Bocchino, intervistato ieri dalla Stampa, ha suggerito al premier di modificare la guida del Giornale. Trascurando un piccolo particolare: Silvio Berlusconi non è l’editore del Giornale.
Il consiglio ha una sua origine: l’editoriale del direttore Vittorio Feltri sul «compagno Fini» al quale Bocchino è molto legato e la successiva precisazione di Palazzo Chigi. Ma il vicecapogruppo non ha usato certo il fioretto per stigmatizzare la presa di posizione. L’articolo del direttore, ha affermato, «era impaginato e scritto con una violenza inaudita». Feltri, ha aggiunto, «cavalca la pancia dei suoi lettori per vendere di più. Ma un leader politico non segue gli umori del suo popolo, li indirizza».
Certo, nel corso della giornata, il tiro è stato corretto dopo che il direttore ha replicato alle critiche. «Chi mi conosce sa che la mia mentalità è diametralmente opposta a quella che il direttore del Giornale definisce “fascista” e che il mio profilo ha molti limiti ma non è imbarazzante», ha dichiarato Bocchino precisando che nell’intervista si è fatto riferimento alla «legge vigente». In pratica, «se la linea del direttore confligge con gli interessi della famiglia dell’editore, si può anche incrinare il rapporto fiduciario». Secondo Bocchino, non sono stati «mai invocati licenziamenti», ma si è «fatto notare che Berlusconi potrebbe avere problemi dalla linea editoriale di Feltri». Problemi che hanno un nome e un cognome: Gianfranco Fini.
Eppure Italo Bocchino dovrebbe conoscere bene questi «problemi» giacché ha svolto (e tuttora svolge) le professioni di giornalista e di editore. A lanciarlo nell’universo delle pubblicazioni fu il suo mentore, il compianto Pinuccio Tatarella che voleva rinverdire i fasti del Roma, il più antico quotidiano post-unitario facendolo una voce indipendente e non allineata. Come editore volle quindi il suo portavoce. I soldi? Furono reperiti con la legge sull’editoria trasformandolo in organo del movimento politico Mediterraneo (due deputati e un senatore) poi trasformato obbligatoriamente in cooperativa (Edizioni del Roma scarl) per continuare a usufruire delle provvidenze.
Quanto denaro è affluito? Secondo i dati del Dipartimento per l’editoria di Palazzo Chigi, dal 2003 al 2006 sono arrivati dallo Stato oltre 10 milioni di euro (incluse anche le agevolazioni per la carta e gli abbonamenti postali). Nel 2000, tuttavia, le Edizioni del Roma avevano avviato un progetto di espansione acquistando all’asta fallimentare per 700 milioni di vecchie lire (350mila euro) l’Indipendente e suscitando le indignazioni meridionaliste di Matteo Tatarella, fratello di Pinuccio.
L’iniziativa imprenditoriale vide l’impegno diretto di Bocchino e di soci come gli editori Lucio Garbo ed Edoardo Montefusco e la produttrice cinematografica Federica Lucisano. Ma con le spalle coperte perché la società si aggancia al salernitano Cronache del Mezzogiorno. Dagli 890mila euro del 2003 agli 1,5 milioni del 2004 si arriva ai circa 2,5 milioni del 2006 di contributi pubblici per i quotidiani editi da cooperative. A proposito di direttore, nei primi tre anni di nuova vita dal 2004 al 2006 l’Indipendente cambia tre direttori: Giordano Bruno Guerri, Gennaro Malgieri e Antonio Galdo. Nel 2007 la testata viene ceduta al deputato Ferdinando Adornato che lo trasforma nel suo nuovo Liberal. Ma questa è un’altra storia. Cronache del Mezzogiorno, invece, si abbinò a L’Umanità, vecchio organo del Psdi finanziato pubblicamente.
Con i quotidiani è difficile fare utili considerata la perdurante crisi che affligge il settore. Il Roma e il vecchio Indipendente hanno dovuto anche affrontare difficoltà finanziarie. Condizione sufficiente per affermare che non hanno reso «un buon servizio alla famiglia dell’editore», nonostante gli aiuti pubblici.

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