L’Espresso, Kamasutra a puntate

Ogni giorno sui siti del gruppo De Benedetti nuove presunte
registrazioni dello stesso dialogo Berlusconi-D’Addario E D’Avanzo su <em>Repubblica</em> dà consigli matrimoniali al premier. Ormai è ufficiale:
sono loro il Paese anormale

Sul serio: ma che intenzioni hanno, che stanno facendo? Il Kamasutra a puntate? Fingiamo pure che non ci siano le incredibili e impunite violazioni della privacy e del segreto istruttorio, fingiamo pure che Silvio Berlusconi a questo punto non sia un-cittadino-come-tutti-gli-altri-nella-sua-camera-da-letto, uno-come-noi punto e basta: c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di parlare di «notizie», di «libertà di stampa», di «dovere di informare»? C’è ancora qualche deficiente disposto a sostenere che magari il Tg1 dovrebbe occuparsene? Ma i colleghi giornalisti, l’opposizione, Dario Franceschini, tutti quanti: l’hanno capito in che razza di situazione ci siamo infilati e che la politica e l’ordinaria informazione sono ormai ostaggio di questa roba? Il Gruppo Espresso dell’ingegner Carlo De Benedetti, per tener vivo un fuoco che vorrebbe fatuo, sta distillando un paio di registrazioni al giorno senza altra spiegazione se non un voyeurismo che probabilmente credono definitivamente sputtanante: un giorno il preservativo, poi i dolori da usura di Patrizia D’Addario, ieri lei che confida di non aver fatto sesso «per molti mesi» a fronte di un Berlusconi che le consiglia pedagogico: «Mi posso permettere? Tu devi fare sesso da sola... Devi toccarti con una certa frequenza». E su questa base, nonché sul dettaglio che Berlusconi ha detto «non sono un santo», Peppe D’Avanzo è riuscito a scriverci un altro editoriale in cui sostenere che «questa storia è nata perché Berlusconi ha voluto farla nascere», come no. È Berlusconi ad aver predisposto che una escort non dichiarata lo incastrasse e registrasse e fotografasse, è lui ad aver scritto una lettera all’Ansa per mettere in pubblico i risentimenti legati al suo divorzio. Sentite come la mette il matrimonialista di Repubblica: «È Berlusconi che umilia la moglie fino a superare ogni limite di tollerabilità. È Berlusconi che frequenta e poi decide di festeggiare una minorenne costringendo Veronica Lario al divorzio». Ma chi gliel’ha detto, a questo? Ma che ne sa, ma che vuole? Almeno la dicano giusta, invece di spostare i pretesti in corso d’opera: hanno approfittato del disgraziato sfogo di una quasi ex moglie per scaraventare sul presidente del Consiglio le loro domandine ignobili; gli hanno chiesto e continuano a chiedergli, titillando la stampa mondiale, se per caso – scusi - non sia un pedofilo, un multipedofilo, se abbia «compromesso affari di Stato», se per caso non sia pazzo o malato, se per caso non voglia «usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati o giornalisti», queste sciocchezze. Se basta questo, se tanto mi dà tanto, i baffoni che porta Peppe D’Avanzo sarebbero sufficienti per chiedergli se la sera non si vesta da cantante dei Village People e intoni «Ymca» ballando sui tavoli con Ezio Mauro: rispondi Peppe, o avete qualcosa da nascondere? A proposito, potete smentire di essere dei koala? Potete garantire che Jim Morrison non sia vivo e non si nasconda in Largo Fochetti? Perché non rispondete?
Non ha senso chiedersi dove finiremo: ci siamo già. Uno come Dario Franceschini dovrebbe chiedersi se tre anni fa avrebbe mai potuto immaginare che un giorno - per esempio ieri, su Repubblica tv - lo avrebbero intervistato su questioni politiche come queste: Beppe Grillo e le frequentazioni sessuali dell’avversario. Forza, dica che è tutta e solamente colpa di Berlusconi anche di questo, che per il resto è tutto normale, che la stampa fa soltanto il proprio dovere e il problema della privacy e delle intercettazioni in Italia non esiste, provi a dire che non è una china semplicemente pericolosa quella su cui balliamo tutti quanti, quella dove Di Pietro intanto gli sfila seggi da sotto il sedere.
Guardiamoci nelle palle degli occhi sinché sono quelle degli occhi, signori della sinistra e della destra, e onorevoli colleghi, spettabili magistrati, fotografi, comici, saltimbanchi e battone: i continui e fuorvianti paragoni con l’estero non funzionano perché noi siamo l’Italia e non l’estero; sembra un’ovvietà e invece è la piattaforma da cui dovremmo ricominciare a discutere. Non corrispondere al famoso paese normale non significa essere sempre e comunque anormali: significa anche essere l’Italia. Non è il solito discorso consolatorio, questo: il realistico riconoscimento che ogni anormalità, da noi, si specchia in un’altra, a ogni peso eccessivo corrisponde un contrappeso eccessivo, a ogni casta una contro-casta, a certa politica certa magistratura, a certa Mediaset certa Rai, a certo Vaticano certo paese reale. E via così: e allora che facciamo? Chi si schioda per primo dalla propria anormalità? Chi cede posizioni illudendosi che la controparte faccia altrettanto? La domanda, perciò, nella fattispecie diventa questa: credete seriamente che il paese normale dovrebbe inaugurarlo un Berlusconi che si dimettesse perché una escort ricattatrice gli si è infilata nel letto? E questo per il fatto che in Finlandia, magari, un premier non avrebbe avuto scampo? Pensate davvero che la conversione di un Paese possa cominciare da Patrizia D’Addario?
Detto questo, se di normalità vogliamo parlare, due paroline le meritano anche quei signori della maggioranza che credessero di fare i furbi e di ricominciare, a settembre, come se nulla fosse successo. Perché vedete, l’indecenza della campagna di Repubblica non significa che tutto tornerà come prima: sondaggi o non sondaggi. Per decoro, oltreché per non coprirsi di ridicolo, qualche folgorato governativo farà bene ad abbandonare certi toni moralistoidi e insomma a scordarsi di poter legiferare nuovamente sul nostro privato dopo che per mesi abbiamo difeso il privato di un uomo solo, pensando che quell’uomo eravamo tutti. La vita, la morte, le cure, il sesso, il privato: giù le mani da Silvio Berlusconi e giù le mani da tutti noi, altrimenti i pomodori non pioverebbero solo da sinistra.
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