L’ex supercarabiniere: "Le bugie di Tonino sul caso Ciancimino"

L’allora capitano del Ros De Donno smentisce la ricostruzione sulla trattativa mafia-Stato fatta dall’ex pm ad <em>Annozero
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Sulla (presunta) trattativa fra Stato e Antistato mafioso, complice l’ultima puntata di Annozero e le esternazioni del giovane Ciancimino, si è detto di tutto. C’è chi parla oggi quando avrebbe dovuto aprire bocca subito dopo le stragi del ’92. Chi improvvisamente, con 17 anni di ritardo, ricorda dettagli utili alle inchieste sugli attentati a Falcone e Borsellino. Chi tira conclusioni affrettate smentendo quando precedentemente dichiarato in interviste e interrogatori. E c’è chi, come Antonio Di Pietro, conferma di non avere mai avuto niente a che fare con Ciancimino quand’invece uno dei protagonisti di quell’asserita trattativa, l’ex capitano del Ros, Giuseppe De Donno, attraverso il Giornale, sostiene il contrario. L’ennesimo rompicapo ruota intorno a questa asserita «trattativa» che per alcuni è quella (presunta) fra le istituzioni e Cosa nostra, e per altri è invece quella (riscontrata) della trattativa dei carabinieri per convincere Ciancimino a pentirsi. Proprio di quest’ultimo tipo di «trattativa» sarebbe stato a conoscenza Di Pietro, che ieri l’ha negata di nuovo: «Io non ricordo di aver interrogato Vito Ciancimino, e se non me lo ricordo è facile che non sia mai avvenuto. Stamattina ho ricevuto una segnalazione dallo stesso figlio di Ciancimino in cui mi dice che ricorda bene, che quell’interrogatorio non c’è stato». Il leader dell’Idv è smentito dall’ex capitano Giuseppe De Donno, investigatore da sempre nel mirino dei detrattori siciliani dell’Arma. De Donno al Giornale giura di esser stato presente nel 1993, insieme all’ex Pm, a un interrogatorio di Ciancimino a Rebibbia: «Ad Annozero si è cercato di far passare un messaggio molto chiaro, che è stato condito con un pizzico di mistero quando Ciancimino junior ha detto che il padre aveva più volte chiesto di incontrare il dottor Di Pietro e che i pm palermitani glielo avrebbero impedito. A questa affermazione - precisa De Donno - Di Pietro si è meravigliato e lasciando intendere che questa cosa era estremamente importante e, chissà per quale motivo, nessuno gliel’aveva detto. Di Pietro dimentica però che proprio lui, all’epoca Pm di Milano, venne avvisato da noi del Ros della volontà di Ciancimino di incontrarlo e che venne ad interrogarlo nel carcere di Rebibbia nel ’93 alla mia presenza». L’ex ufficiale del Ros si chiede come mai Di Pietro non ricordi «neanche che giudicò non interessante l’interrogatorio di Ciancimino, che non diede alcun peso alle nostre richieste di non sottovalutare le potenzialità collaborative del Ciancimino, e che non diede corso ad altre ipotesi di attività». E ancora. Il non più capitano del Ros annuncia iniziative legali nei confronti di Claudio Martelli e, in subordine, del magistrato Ferraro qualora dovessero confermare nell’interrogatorio di quest’oggi a Palermo il racconto fatto dall’ex guardasigilli ad Annozero, a proposito di un incontro fra De Donno e la Ferraro inerente la trattativa con Ciancimino, incontro di cui la Ferraro avrebbe messo immediatamente a conoscenza il giudice Paolo Borsellino: «L’incontro con la Ferraro nei modi e nei termini riportati da Martelli in tv - sbotta De Donno - non è mai avvenuto. Pertanto, essendo in grado di dimostrare la non veridicità delle dichiarazioni, ho conferito mandato ai miei legali di denunziare tali condotte calunniose e diffamatorie». Tornando alla collaborazione (mancata) di Ciancimino, De Donno si domanda come mai nessun pubblico ministero abbia sentito la necessità di utilizzare in dibattimento le dichiarazioni dell’ex sindaco «che si era soffermato su vari episodi della vita politica palermitana e sull’attività di alcuni personaggi politici siciliani, tra cui anche, e non solo, l’onorevole Leoluca Orlando Cascio», ex sindaco di Palermo, attuale deputato dell’Idv.
Quanto, infine, agli interrogativi sollevati da Di Pietro in trasmissione sul medesimo allarme dei carabinieri che avrebbe raggiunto solo lui e non anche Paolo Borsellino («io ho ricevuto un passaporto falso e sono subito espatriato in Centroamerica, ma nell’agosto del’92 dopo le stragi»), fioccano le smentite. Una è documentale, ed è contenuta nella relazione di servizio del Ros del 19 giugno ’92 dove si dà conto del progetto di attentato. La seconda è condensata nelle parole della vedova Borsellino, Agnese Piraino, ascoltata il 23 marzo 1999 a Calatanissetta: «(...) Il ministro Andò parlò con Paolo nella saletta vip di Punta Raisi, con noi c’era la Ferraro. Gli disse: “So che è arrivata una lettera bruttissima di minacce contro di lei, di morte, oltre che un rapporto del Ros dei Carabinieri. Che che cosa hanno fatto? Ci sono state delle indagini?”. Mio marito era stravolto: “Guardi, disse, il procuratore... questa lettera è arrivata a lui, ma il procuratore non mi ha assolutamente informato”». Quando il Pm le chiede se avesse visto l’informativa dei carabinieri, la vedova Borsellino è categorica: «Sì». Fine delle dietrologie: il giudice era stato avvertito esattamente un mese prima di saltare in aria con la sua scorta in via d’Amelio.
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