L’INTERVISTA IL DIRIGENTE CARITAS

«Se ci sono persone che carpiscono la buonafede degli altri dichiarando una cosa e poi invece ci lucrano sopra, è chiaro che fanno un danno anche a noi. Perché alla fine la gente non si fida più di nessuno. Mentre ci sono quelli che lavorano bene e in maniera onesta». Quando viene a sapere che esistono organizzazioni benefiche che rivendono i vestiti raccolti per i poveri a fini di lucro, Luciano Gualzetti, vicedirettore della Caritas Ambrosiana ammutolisce per un attimo. Fa una pausa, sospira e poi risponde. «Cosa vuole che le dica: direttamente non sono mai venuto a conoscenza di una realtà simile. Ma se li avete trovati, vuol dire che ci sono».
Quindi lei non ha mai sentito parlare del cosiddetto «racket dei vestiti usati»?
«Posso anche sospettare che ci siano associazioni che agiscono in questo modo. In linea teorica tutto è possibile. Noi come Caritas cerchiamo di fare le cose nel migliore dei modi. All’inizio degli anni ’80, c’erano organizzazioni che mettevano i sacchetti per gli indumenti usati fuori dalle case e non erano del tutto trasparenti. Noi abbiamo voluto distinguerci da queste realtà. Ogni anno verifichiamo che le finalità della raccolta siano il più possibile rigorose».
Ovvero?
«Ovvero che il ricavato venga utilizzato per fini sociali. Innanzitutto per pagare le cooperative che fanno lo svuotamento dei cassonetti - la Caritas direttamente non fa nulla -, in questo modo diamo lavoro alle persone più svantaggiate. C’è poi un discorso di rispetto dell’ambiente, uno dei valori di queste raccolte, e cioè sottraiamo materiale che andrebbe a finire nelle discariche e nei rifiuti. Oltre al finanziamento di progetti sociali».
Insomma, tutto nella massima trasparenza...
«Glielo ripeto: che ci siano realtà simili che lucrano, non ci risulta. Sicuramente non sono i nostri».

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