L’ispettore Manetta

Tutta la sceneggiata di Antonio Di Pietro va immortalata prima che finisca come sudore nella pioggia. Martedì 25 luglio: Di Pietro fa parte del Governo ma è in piazza contro il Governo, glielo fanno notare e lui dice che si autosospenderà da ministro delle Infrastrutture. Lo accusano: si crede il ministro della Giustizia. Mercoledì: Di Pietro protesta contro il Pianeta. Giovedì: l’indulto passa alla Camera e mezza maggioranza invita Di Pietro a dimettersi davvero, altro che autosospeso. Di Pietro dice che metterà online i nomi di chi ha votato l’indulto: 460 persone compresa una sua parlamentare. Poi torna in piazza a manifestare con 26 cittadini indignati. Venerdì: mentre il famoso elenco online è solo un collegamento col sito della Camera, Di Pietro dice che per il Senato appronterà 1500 emendamenti. Intanto al Capo delle Ferrovie Elio Catania giunge una lettera di Antonio Di Pietro che chiede chiarimenti sull’esodo estivo, ma fanno notare che la competenza non è sua ma di Alessandro Bianchi: Di Pietro si crede ministro dei Trasporti. Sabato: l’indulto passa al Senato e ogni emendamento è polverizzato. Persino un senatore dell’Italia dei Valori dice che Di Pietro si dovrebbe dimettere. Ma Di Pietro neppure c’è: è a Milano per faccende di grandi opere, non è più sospeso. Si crede ministro delle Infrastrutture. Seguita a definire «Banda Bassotti» il governo di cui fa parte.

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