L’Italia ha ancora paura della scienza

Siamo bravissimi a dividerci sulle questioni bioetiche, meno a sfornare progetti innovativi Perché verso la ricerca c’è un atteggiamento di sospetto che affonda le radici nel passato

L’Italia ha ancora paura della scienza

Ci vogliamo finalmente dire che non possiamo porre confini alla scienza? Che la natura (o Dio, chi preferisce) non ha messo limiti alle scoperte dell’essere umano, in quanto l’hanno dotato di un’intelligenza superiore? Vogliamo prendere atto, finalmente, che se non cominciamo sul serio a fare ricerca, l’Italia è destinata a rimanere ai margini del mondo?

In ogni epoca un Paese ha dominato sugli altri perché soddisfaceva e sfruttava al meglio le necessità di quel periodo. L’Italia fu il Paese dominante, nonostante le divisioni, fra il Quattrocento e il Cinquecento, perché produceva gran parte della cultura mondiale in secoli in cui l’Europa usciva dal medioevo, alla ricerca di arti e pensieri nuovi. Seguirono Spagna e Gran Bretagna, quando si trattò di esplorare e colonizzare la Terra, e i due Paesi disponevano delle più potenti e audaci flotte del globo. Poi la Francia, con l’illuminismo e la rivoluzione dell’89, dalle quali nacque la modernità, ovvero il fondamento della nostra vita attuale. Poi, ancora la Gran Bretagna, con la rivoluzione industriale che avrebbe sconvolto l’Ottocento. Il secolo scorso fu quello degli Stati Uniti, prima per la potenza militare e economica negli anni delle prime due guerre mondiali, in seguito per la ricerca scientifica. Basti dire che negli Usa sono nati i voli spaziali, i computer e internet, che lì sono state realizzate le più importanti ricerche mediche. E poiché nel XXI secolo le attività più importanti saranno ancora la scienza e la tecnologia, il futuro prossimo sarà ancora dominato dagli Stati Uniti.

A Roma, l’altroieri, ho partecipato a un seminario della Fondazione Ugo Bordoni, importante istituzione tecnico-scientifica italiana, dove però il relatore che portava novità era un americano dal cognome tedesco, a testimonianza che il genio e lo scienziato possono nascere ovunque: conta il Paese che li mette in condizioni di lavorare bene. Il professor Frank H. Guenther, dell’Università di Boston, ha spiegato come – attraverso uno speciale elettrodo ben disposto nel cervello - anche i muti potranno imparare a parlare. La meravigliosa internet è nata da ricerche che servivano a scopi militari, e Guenther non ha avuto alcun imbarazzo a specificare che queste ricerche sono finanziate dall’esercito, interessatissimo a una tecnologia che – fra non molto – permetterà a un ufficiale di dare ordini ai suoi soldati senza aprire bocca. Telepatia tecnologica, insomma. Non ci vuole molto a immaginare che di lì a poco la telepatia (sogno e incubo finora irrealizzabile della fantasia umana) sarà disponibile anche per usi civili.

E non ci vuole niente a immaginare i dibattiti che nasceranno da noi, in Italia, tra favorevoli e contrari, tra chi accampa l’etica e chi l’utilità, fra i conservatori e gli innovatori, fra chi si richiamerà ai presunti limiti dati dalla natura (o da Dio) agli uomini e chi di quei limiti non vuole proprio tener conto. Ci sarà da ridere e da piangere, come al solito.
A me è venuto da piangere leggendo, sempre in questi giorni, un’intervista a Craig Venter, il biologo americano che per primo ha messo in sequenza l’intero genoma umano. La scoperta è il punto di partenza indispensabile per poter curare o addirittura debellare tutte le malattie da cui è afflitta l’umanità. Ma Craig sta andando oltre: garantisce che entro un anno sarà in grado di «scrivere» il Dna dei batteri e produrne di nuovi al nostro servizio. Attraverso quei batteri sarà possibile, per esempio, «produrre carburanti puliti fino a sostituire il petrolio come fonte di energia. Potranno sintetizzare antibiotici per combattere le nuove infezioni del pianeta. O ancora eliminare la CO2 in eccesso nell’atmosfera e frenare il riscaldamento globale». Vi sembrano noccioline? Tutto questo Venter lo dice da tempo negli Stati Uniti. Ricordo una sua intervista sul New York Times, mesi fa. In questi giorni l’ha comunicato anche in Italia, a Venezia, nella conferenza «The future of science». Peccato che le sue parole abbiano avuto pochissimo ascolto, in un Paese impegnato in questioni più gravi, dalle escort di questo o di quello, ai travagliati cameramen di Santoro.

Mica do tutta la colpa allo Stato, ai politici e ai giornalisti, magari fosse così semplice... Purtroppo l’intera società italiana sembra oziosamente amorfa nel settore decisivo della ricerca scientifica, quanto oziosamente attiva nel discuterne le conseguenze. Alcuni studi di Venter nascono dalla collaborazione con giganti petroliferi come la British Petroleum e la Exxon Mobil, perché, ha dichiarato alla Repubblica, «negli Stati Uniti esiste una comunità di investitori privati che ha fiducia in quel che fa la scienza». Si tratta dunque di scarsa lungimiranza e ancor meno spirito imprenditoriale dei privati, oltre che dello Stato? No, il male sta nel profondo della società italiana.
Ecco, infatti, la botta dello scienziato americano: «Abbiamo una situazione molto diversa da quella italiana». Leggiamo le sue parole per intero: «Gli Usa sono un Paese che in buona parte non ha paura della scienza. Certo, molti dei nostri studi pongono questioni etiche, toccano i fondamenti stessi della vita. Ma abbiamo l’abitudine di affrontare i timori discutendo, informando, sostenendo un dibattito pubblico prima ancora di partire con gli esperimenti. Lo stesso avviene nella Comunità europea, in Gran Bretagna, ma non in Italia. Questa è la ragione per cui nel resto del mondo la conoscenza scientifica si sta espandendo in modo esponenziale, mentre nel vostro Paese implode: l’Italia è spaventata dalla ricerca di base, quella che produce conoscenza. E non si rende conto che ne pagherà le conseguenze, dal punto di vista dello sviluppo. Nel Paese di Galileo, ci tengo a dire che la lettura del Dna, esattamente come il telescopio, è uno strumento per vedere mondi prima invisibili. Non ha senso ritrarsene spaventati».

Qui si preferisce dibattere, a cose fatte, spaccando il capello letteralmente in quattro, in Parlamento come nei bar: favorevoli, contrari, favorevoli però, contrari ma. Per fare un esempio in casa, ieri il direttore del Giornale si è dovuto prendere la briga di scrivere un intero articolo per rispondere a una letterona di Farina sulla faccenda del testamento biologico. Quando basterebbe questa frase di Feltri per definire la questione una volta per tutte: «Non esiste ragione al mondo per cui debba delegare allo Stato la scelta se rimanere in vita a ogni costo o se morire. Perché la vita e la morte sono mie».

C’è davvero bisogno di dire altro? Sì, da noi sì. Non perché siamo un Paese di cattolici, di avvocati, di filosofi e di rompicoglioni, ma perché abbiamo avuto la Controriforma: una storia di quattro secoli e mezzo fa che ha tagliato la vena iugulare dei rapporti fra scienza e Italia e che, ancora oggi, ci confonde nella testa i rapporti fra fede e scienza, religione e etica. Il riferimento di Venter a Galileo non è affatto casuale.
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